Leucemia linfatica cronica, alterazioni della funzionalità epatica correlate alla sopravvivenza

Nei pazienti con leucemia linfatica cronica di nuova diagnosi sembra esserci una correlazione fra alterazioni della funzionalità epatica e sopravvivenza.

Nei pazienti con leucemia linfatica cronica di nuova diagnosi sembra esserci una correlazione fra alterazioni della funzionalità epatica e sopravvivenza.

A evidenziarlo è uno studio retrospettivo pubblicato di recente sull’American Journal of Hematology, nel quale un paziente su 25 del campione analizzato aveva test di funzionalità epatica fuori norma e uno su 10 ha sviluppato una disfunzione epatica nell’arco di 10 anni.

"Nei campioni di biopsia epatica sono stati osservati quattro modelli distinti di infiltrazione epatica, che andavano dall’infiltrazione solo del tratto portale, solo sinusoidale, portale più sinusoidale ad un ampio coinvolgimento, ma il tipo di infiltrazione epatica non ha indirizzato le scelte di trattamento" scrivono Paul J. Hampel, del dipartimento di medicina interna della Mayo Clinic di Rochester (Minnesota), e gli altri autori.

Inoltre, riferiscono i ricercatori, "i pazienti con test di funzionalità epatica anormali al basale hanno mostrato una sopravvivenza globale più breve rispetto a quelli con valori normali, anche se il tempo trascorso dalla diagnosi all’inizio della prima terapia è risultato simile in questi due gruppi".

Studi recenti, spiegano Hampel e i colleghi nell’introduzione, hanno messo in luce l'importanza clinica e prognostica del coinvolgimento dei sistemi d'organo, come i reni o la cute, sugli outcome dei pazienti con leucemia linfatica cronica. Prima di questo studio, tuttavia, si sapeva poco sulle implicazioni prognostiche della disfunzione epatica in questa popolazione di pazienti.

Per il loro studio, Hampel e colleghi hanno analizzato 2336 pazienti con leucemia linfatica cronica diagnosticati presso la Mayo Clinic tra il 1993 e il 2016 e non ancora sottoposti ad alcun trattamento al momento dell’inclusione nello studio, nei quali al basale era stato fatto almeno un test di funzionalità epatica.

In questo campione, gli autori hanno valutato la prevalenza della disfunzione epatica al basale, la percentuale di pazienti che sviluppavano anomalie della funzionalità epatica nel tempo, il tempo che passava dalla diagnosi all’avvio della prima terapia e la sopravvivenza globale (OS).

Utilizzando un criterio "liberale" di 1,5 × ULN per definire una funzionalità anormale, 82 pazienti (il 3,5%) avevano test di funzionalità epatica anormali al momento della diagnosi.

I pazienti con test fuori norma erano in percentuale maggiore in stadio Rai avanzato (Rai III-IV) rispetto a quelli con test normali (21% contro 6%; P < 0,001), con valori di emoglobina più bassi (mediana 13,1 g/dl contro 13,9 g/dl; P < 0,001) e con conta piastrinica bassa (187 × 109/l contro 200 × 109/l; P = 0,0261).

Inoltre, 236 pazienti con test normali al momento della diagnosi hanno poi sviluppato una disfunzione epatica durante il follow-up.

Anche in questo caso, valori bassi di piastrine e di emoglobina sono risultati predittivi del rischio di sviluppare una disfunzione epatica acquisita nel successivo follow-up, così come l'espressione di CD49d di CD38 e di ZAP-70, la presenza di IGHV non mutate e una FISH ad alto rischio.

"Una teoria plausibile è che questi pazienti ad alto rischio sviluppino una malattia più aggressiva con un coinvolgimento epatico più ampio che si traduce in una disfunzione" d’organo, scrivono i ricercatori nella discussione, per spiegare il loro risultato. "Questo potrebbe anche spiegare il dato inaspettato del nostro studio, secondo cui nei pazienti con test di funzionalità epatica anormali al momento della diagnosi la sopravvivenza globale è risultata inferiore rispetto a quelli con test normali".

I pazienti con test di funzionalità epatica fuori norma al basale hanno mostrato un’OS più breve rispetto ai pazienti con test normali (HR 1,80; IC al 95% 1,13-2,87; P = 0,014), anche se il lasso di tempo intercorso tra la diagnosi e l’avvio del primo trattamento non è risultato diverso nei due gruppi.

Dei 52 pazienti che sono stati sottoposti a biopsia epatica, la maggior parte (il 73%) mostrava la presenza della leucemia nel tessuto epatico e la sede più comunemente interessata erano i tratti portali.

Tuttavia, riferiscono i ricercatori, il riscontro istopatologico di coinvolgimento epatico ha scarsamente influenzato la scelta del trattamento per la leucemia.

Alessandra Terzaghi
P.J. Hampel, et al. Liver Dysfunction in Chronic Lymphocytic Leukemia: Prevalence, Outcomes, and Pathological Findings. Am J Hematol. 2017; doi: 10.1002/ajh.24915.
leggi