Leucemia linfatica cronica, dati a 5 anni su ibrutinib mostrano un approfondimento delle risposte

L'inibitore della tirosin chinasi di Bruton (BTK) ibrutinib in monoterapia ha un'efficacia che si mantiene nel tempo e la percentuale di risposte complete aumenta via via che si prosegue la terapia. Lo dimostrano i dati di follow-up a 5 anni di una coorte di 132 pazienti con leucemia linfatica cronica, appena pubblicati su Blood.

L’inibitore della tirosin chinasi di Bruton (BTK) ibrutinib in monoterapia ha un'efficacia che si mantiene nel tempo e la percentuale di risposte complete aumenta via via che si prosegue la terapia. Lo dimostrano i dati di follow-up a 5 anni di una coorte di 132 pazienti con leucemia linfatica cronica, appena pubblicati su Blood.

L'efficacia del farmaco è stata mantenuta sia nei pazienti naïve al trattamento sia in quelli recidivati/refrattari, nonostante la presenza di caratteristiche genomiche di alto rischio in molti di essi.
Inoltre, il trattamento prolungato con ibrutinib è risultato ben tollerato e l’incidenza degli eventi avversi gravi, tra cui le citopenie di grado ≥ 3 è diminuita nel tempo.

"Il profilo di sicurezza di ibrutinib nel tempo rimane accettabile e gestibile, consentendo a quasi la metà dei pazienti (48%) di essere trattati per più di 4 anni e quindi di massimizzare la risposta" scrivono gli autori, coordinati da Susan M. O'Brien, del Chao Family Comprehensive Cancer Center dell’Università della California di Irvine.

Il lavoro appena pubblicato si basa sul follow-up a 5 anni di pazienti con leucemia linfatica cronica che erano stati arruolati in uno studio di fase 1b/2 (lo studio PCYC-1102) e un’estensione di questo studio (PCYC-1103). Sono stati valutati in totale 132 pazienti, tra cui 101 con malattia recidivata/refrattaria e 31 naïve al trattamento.

Dopo 5 anni di follow-up, la percentuale di risposta complessiva (ORR) è rimasta alta: 89%. Inoltre, le percentuali di risposta completa sono aumentate nel tempo, raggiungendo il 29% nei pazienti naïve al trattamento e il 10% nei pazienti recidivati/refrattari. In un lavoro precedente nel quale la O’Brien e i colleghi avevano riportato i dati di follow-up a 3 anni, la percentuale di risposta completa era del 23% nel gruppo non trattato in precedenza e 7% in quello recidivato/refrattario. I nuovi dati evidenziano, dunque, un approfondimento delle risposte via via che si prosegue la terapia con ibrutinib.

L’ORR è risultata elevata anche nei pazienti con caratteristiche genetiche ad alto rischio, con percentuali comprese fra il 79% e il 97%, a seconda del sottogruppo genomico, e anche per i pazienti recidivati/refrattari portatori della delezione 17p, un fattore prognostico negativo di sopravvivenza noto e significativo; in quest’ultimo gruppo, l’ORR è risultata del 79% e la durata della risposta di 31 mesi, numeri che in quel gruppo, osservano i ricercatori, rappresentano "un'efficacia promettente per un agente singolo”.

La sopravvivenza libera da progressione (PFS) a 5 anni è risultata del 44% per i pazienti recidivati/refrattari e del 92% per quelli naïve al trattamento. Nel gruppo dei recidivati/refrattari la PFS mediana è risultata di 51 mesi, mentre “nei pazienti naïve al trattamento sembra particolarmente favorevole, perché la mediana non è ancora stata raggiunta" riferiscono gli autori.

Inoltre, nei pazienti con la delezione 11q, in quelli con la delezione 17p e in quelli con IGVH non mutate la PFS mediana è risultata rispettivamente di 51, 26 e 43 mesi, a ulteriore dimostrazione dell’efficacia del trattamento a lungo termine con ibrutinib in questi sottogruppi ad alto rischio.

Gli outcome di sopravvivenza sono apparsi meno robusti nei soggetti recidivati/refrattari portatori della delezione 17p e in quelli maggiormente pretrattati.
Sul fronte della sicurezza e tollerabilità, riferiscono la O’Brien e i colleghi, “il trattamento prolungato con ibrutinib è stato ben tollerato, senza nuove problematiche di sicurezza” e l’incidenza delle citopenie di grado ≥ 3, come la neutropenia e la piastrinopenia, è diminuita nel tempo.

Inoltre, gli eventi avversi limitanti il trattamento sono stati più frequenti durante il primo anno di terapia rispetto agli anni successivi.
L’incidenza dell’ipertensione e della fibrillazione atriale di grado ≥ 3 è rimasta relativamente stabile nel corso del follow-up e i dati a 5 anni (rispettivamente 26% e 8%) non si discostano molto da quelli a 3 anni (20% e 6%). In più, i casi di abbandono della terapia a causa di questi eventi avversi sono stati rari (uno solo per ciascuno dei due), a suggerire che una gestione appropriata di tali effetti collaterali e un profilo rischio beneficio-favorevole possono consentire ai pazienti di continuare la terapia con ibrutinib.

Pertanto, concludono gli autori, “la nostra esperienza complessiva di 5 anni con ibrutinib in monoterapia in pazienti con leucemia linfatica cronica naïve al trattamento e recidivati/refrattari dimostra l’efficacia persistente del trattamento a lungo termine con ibrutinib nonostante la presenza di caratteristiche genomiche di alto rischio in un’ampia quota della nostra popolazione di pazienti”.

Alessandra Terzaghi
S. O’Brien, et al. Single-agent ibrutinib in treatment-naïve and relapsed/refractory chronic lymphocytic leukemia: a 5-year experience. Blood. 2018;131(17):1910-9.
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