Ancora buone nuove per l’anticorpo monoclonale obinutuzumab. Una settimana fa il via libera della Food and Drug Administration per il trattamento della leucemia linfatica cronica (LLC), in combinazione con clorambucile nei pazienti naïve. Ora la notizia, diffusa da Roche e Genentech, che il farmaco ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana di quasi un anno rispetto a rituximab nello studio di fase III CLL11, il primo trial di confronto testa a testa tra i due anticorpi in questa popolazione di pazienti.

La PFS è stata, infatti, di 26,7 mesi nel gruppo trattato con obinutuzumab contro 15,2 nel gruppo trattato con rituximab (hazard ratio, HR, 0,39; IC al 95% 0,31-0,49; P < 0,0001).

"Questi nuovi dati sono importanti perché dimostrano per la prima volta che obinutuzumab prolunga in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione se confrontato direttamente con rituximab" ha dichiarato Hal Barron, chief medical officer di Genentech, in un comunicato stampa.

Con obinutuzumab si sono ottenute anche percentuali di risposta completa superiori rispetto a rituximab (21% contro 7%), nonché percentuale maggiori di negatività della malattia minima residua, definita come l’assenza di malattia rilevabile nel sangue al termine del ciclo di trattamento (29,4% contro 2,5 %).

Questi dati provengono dalla seconda fase dello studio CLL11, un trial multicentrico randomizzato, in aperto, condotto il collaborazione con il German CLL Study Group, che ha coinvolto 663 pazienti con LLC naïve al trattamento e con comorbidità, trattati con obinutuzumab o rituximab, entrambi in combinazione con clorambucile.

Durante lo studio non sono emersi nuovi segnali relativi alla sicurezza rispetto al profilo già noto di entrambi gli anticorpi. Tuttavia, l’incidenza degli eventi avversi gravi è stata superiore nel gruppo trattato con obinutuzumab. Infatti, l’incidenza degli eventi avversi di grado 3-5 è stata del 66% con obinutuzumab contro 47%con rituximab e quella delle reazioni di grado 3-5 correlate all'infusione rispettivamente del 20% contro 4%.

I dati di questa seconda fase dello studio, insieme con un aggiornamento di quelli della prima parte, saranno presentati in dicembre al congresso dell’American Society of Hematology. Come già annunciato in precedenza, i dati della prima fase mostrano che obinutuzumab in combinazione con clorambucile ha migliorato in modo significativo la PFS rispetto al solo clorambucile e Roche ha annunciato che un’analisi aggiornata mostra come la combinazione dei due farmaci abbia ridotto del 59% il rischio di progressione o di decesso rispetto al solo clormbucile.

Nel foglietto illustrativo del farmaco, l’Fda ha chiesto l’inserimento di un’avvertenza speciale (‘boxed warning’) riguardante il rischio di riattivazione del virus dell'epatite B e quello di induzione della leucoencefalopatia multifocale progressiva. Secondo la stessa agenzia, comunque, questi rischi sono un effetto di classe noto degli anticorpi monoclonali anti-CD20 e nei pazienti che hanno partecipato agli altri studi su obinutuzumab sono stati segnalati pochi casi di queste complicanze.

Peraltro, obinutuzumab è il primo farmaco a cui è stato concesso lo status di 'breakthrough therapy’ (terapia fortemente innovativa) a ricevere l’approvazione dall’Fda. L’anticorpo è, invece, ancora al vaglio delle agenzie regolatorie di altri Paesi, tra cui anche la European Medicines Agency.

Alessandra Terzaghi