Leucemia linfatica cronica, ofatumumab promettente come consolidamento

L'anticorpo anti-CD20 ofatumumab sembra essere efficace e ben tollerato come terapia di consolidamento nei pazienti con leucemia linfatica cronica, il che potrebbe migliorare la sopravvivenza. ╚ questa la conclusione degli autori di uno studio di fase 2 pubblicato di recente su The Lancet Haematology.

L’anticorpo anti-CD20 ofatumumab sembra essere efficace e ben tollerato come terapia di consolidamento nei pazienti con leucemia linfatica cronica, il che potrebbe migliorare la sopravvivenza. È questa la conclusione degli autori di uno studio di fase 2 pubblicato di recente su The Lancet Haematology.

Nel’introduzione, Tait D. Shanafelt, della Mayo Clinic di Rochester, e gli altri ricercatori spiegano che sono stati studiati diversi nuovi agenti come potenziali strategie di consolidamento per prolungare la sopravvivenza libera da trattamento nei pazienti con leucemia linfatica cronica; tuttavia, la maggior parte si è dimostrata inefficace o con un profilo di tossicità non accettabile.

Ofatumumab è approvato negli Stati Uniti per i pazienti con leucemia linfatica cronica ricorrente o progressiva che raggiungono una risposta completa o parziale dopo almeno due linee di terapia (nell’Unione europea è indicato in combinazione con clorambucile o bendamustina nei pazienti non trattati in precedenza e non idonei a una terapia a base di fludarabina e come agente singolo nei pazienti refrattari a fludarabina e alemtuzumab).

Shanafelt e i colleghi hanno ipotizzato che l’anticorpo possa avere un’efficacia maggiore se utilizzato come terapia di consolidamento in pazienti non trattati in precedenza.

In uno studio di fase 1, i ricercatori hanno assegnato i pazienti a un regime costituito da sei cicli di induzione con pentostatina (2 mg/m2 al giorno 1), ciclofosfamide (600 mg/m2 al giorno 1) e ofatumumab (nel primo ciclo 300 mg il giorno 1 e 1000 mg/m2 il giorno 2; nei cinque cicli successivi 1000 mg/m2 il giorno 1) ogni 21 giorni.

Nello studio di fase 2 i partecipanti sono stati trattati con il regime utilizzato nello studio di fase 1, più altri sei cicli di ofatumumab (1000 mg ogni 4 settimane) come consolidamento.

L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza libera da trattamento a 18 mesi.

Tra il settembre 2011 e il novembre 2012 gli autori hanno arruolato per la fase II 34 pazienti (con un’età media di 59 anni, range 55-64), di cui 31 (il 91%) hanno completato la terapia di induzione e iniziato il consolidamento, e 26 (l’84%) hanno completato tutto il trattamento di consolidamento.

La sopravvivenza libera da trattamento a 18 mesi è risultata del 94,1% (IC al 95% 78,5-98,5).

Gli eventi avversi di grado 3 o superiori sono stati la neutropenia (in 14 pazienti) e le infezioni (in due), oltre ad anemia, emolisi, affaticamento, complicanze neurologiche, complicanze metaboliche, complicanze respiratorie e complicanze vascolari (verificatesi ciascuna in un paziente).

Dopo l'induzione, 33 pazienti hanno mostrato una risposta (percentuale di risposta obiettiva pari al 97%; IC al 95% 85-100), di cui 9 hanno ottenuto una risposta completa o una risposta completa con recupero midollare incompleta.

La risposta dopo il consolidamento è stata valutata in 28 pazienti e, tra questi, sette pazienti hanno mostrato un miglioramento della profondità della remissione dopo il consolidamento: due sono passati da una risposta parziale a una risposta parziale nodulare e cinque da una risposta parziale nodulare a una risposta completa o una risposta completa con recupero midollare incompleto.

"Anche se si sta studiando il ruolo dei nuovi inibitori del recettore delle cellule B nel setting del consolidamento, i dati degli studi suggeriscono che con questi agenti per massimizzare le risposte cliniche potrebbe essere necessario un impiego a lungo termine o  a tempo indeterminato" scrivono Shanafelt e i colleghi nella discussione.

"Nella maggior parte degli studi si sta valutando la capacità di questi agenti di sostituire la chemioimmunoterapia piuttosto che utilizzarli come consolidamento post-chemioimmunoterapia. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili i risultati di questi studi, la chemioimmunoterapia rimane lo standard di cura nel trattamento di prima linea, e ofatumumab è un agente ampiamente disponibile, che sembra essere una terapia di consolidamento generalmente ben tollerata ed efficace" aggiungono i ricercatori.

Secondo Julio Delgado ed Emili Montserrat dell'Istituto di Ematologia e Oncologia dell’Università di Barcellona, questi risultati potrebbero influenzare le future strategie di mantenimento nella complicanze 

"Guardando al futuro,” aggiungono i due editorialisti “i potenziali vantaggi della terapia di mantenimento con anticorpi monoclonali anti-CD20 o inibitori delle chinasi rispetto alla vigile attesa devono essere ulteriormente valutati in studi clinici randomizzati per affrontare le questioni descritte qui (per esempio, quali sono i migliori agenti per il mantenimento, il dosaggio e la schedula ottimali, la tossicità, l’effetto sulla risposta ad ulteriori trattamenti e sull’OS, e quali sono i pazienti che hanno maggiori probabilità di beneficiare di una terapia di mantenimento).

P. Strati, et al. Ofatumumab monotherapy as a consolidation strategy in patients with previously untreated chronic lymphocytic leukaemia: a phase 2 trial. Lancet Haematol. 2016;doi:10.1016/S2352-3026(16)30064-3.
leggi