Oncologia-Ematologia

Leucemia linfatica cronica, prime conferme in fase III per obinutuzumab

Roche ha annunciato che nello studio di fase III CLL11 l’anticorpo monoclonale obinutuzumab (GA101) in aggiunta alla chemioterapia ha raggiunto l’endpoint principale di miglioramento della sopravvivenza senza progressione (PFS) rispetto alla sola chemioterapia nei pazienti con leucemia linfatica cronica non pretrattati.

I risultati completi dello studio saranno presentati in occasione del prossimo incontro medico-scientifico sul tema e verranno inviati alle agenzie regolatorie europea e statunitense a supporto della richiesta di approvazione del medicinale.

CLL1 è uno studio a tre bracci che ha comparato l’efficacia e la sicurezza della combinazione di obinutuzumab e clorambucile, rispetto a rituximab più clorambucile o al solo clorambucile in 800 pazienti con leucemia linfaica cronica non pretrattati. L’endpoint principale dello studio era la PFS, mentre gli endpoint secondari includevano il tasso di risposta generale, la sopravvivenza generale, la sopravvivenza senza la malattia e la sicurezza.

I risultati preliminari dello studio hanno mostrato una PFS superiore nei pazienti trattati con obinutuzumab e suggeriscono che il medicinale potrebbe essere superiore a rituximab, farmaco sul mercato già da una decina d’anni per il trattamento di diversi linfomi e leucemie, che ha regnato incontrastato come unico anticorpo diretto in modo specifico contro l’antigene CD20 espresso sulla superficie dei linfociti B.

Sul mercato ormai da un decennio, rituximabè stato finora un farmaco di grande successo e ha regnato incontrastato come unico anticorpo diretto in modo specifico contro l’antigene CD20 espresso sulla superficie dei linfociti B. Grazie al suo meccanismo d’azione, è ampiamente usato in diversi linfomi e leucemie, e di recente ha iniziato a essere impiegato anche contro l’artrite reumatoide. Il suo primato potrebbe però essere messo presto in discussione da uno sfidante quale obinutuzumab.

Come rituximab, anche il nuovo agente è diretto contro la proteina CD20, ma si tratta di un anticorpo umanizzato, e non chimerico, che nei test preclinici ha mostrato di essere meno soggetto a reazioni immunitarie e in nei primi studi clinici si è dimostrato molto promettente.

In particolare, obinutuzumab è un anticorpo monoclonale anti-CD20 di seconda generazione, umanizzato e glicoingegnerizzato, progettato in modo da legarsi selettivamente e con alta affinità al dominio extracellulare della proteina CD20 sulla superficie dei linfociti B al fine di aumentare la citotossicità cellulo-mediata. Grazie a queste caratteristiche anticorpali, il legame tra antigene e obinutuzumab porta a una maggiore induzione diretta della morte cellulare nei tumori con linfociti B CD20-positivi, nonché a una minore attivazione del complemento. Inoltre, la modificazione degli zuccheri della regione Fc dell’anticorpo gli permette di legarsi più fortemente alle cellule effettrici del sistema immunitario, come le cellule natural killer, che si legano alle cellule tumorali per distruggerle.

Obinutuzumab non è l’unico nuovo anticorpo anti-CD20 in sviluppo, ma è il primo ad essere stato confrontato con successo in uno studio testa a testa con rituximab, che ora è un punto fermo nella cura dei pazienti affetti da linfomi a cellule B.