Leucemia linfatica cronica recidivata/refrattaria, duvelisib migliora gli outcome rispetto a ofatumumab

Nei pazienti con leucemia linfatica cronica non trattati in precedenza, il trattamento con l'inibitore del B-cell receptor (BCR) ibrutinib ha un profilo rischio/beneficio favorevole e in alcuni di essi potrebbe eliminare la necessitą della chemioterapia Lo dimostrano i risultati di un confronto tra studi diversi pubblicato da poco sull'American Journal of Hematology.

La monoterapia con duvelisib ha portato a una sopravvivenza libera da progressione (PFS) significativamente più lunga e tassi di risposta complessiva (ORR) più elevati rispetto alla monoterapia con ofatumumab in pazienti con leucemia linfatica cronica o piccolo linfoma linfocitico recidivati o refrattari, nello studio multicentrico di fase III DUO, appena pubblicato su Blood.

"Il modo in cui trattiamo i pazienti con leucemia linfatica cronica sta cambiando rapidamente, mentre passiamo da approcci basati sulla chemioterapia standard a terapie più mirate" afferma in un comunicato stampa il primo firmatario del lavoro, Ian W. Flinn, direttore del programma di ricerca sul linfoma presso il Sarah Cannon Research Institute di Nashville.

Duvelisib, un nuovo inibitore orale di PI3K, ha ricevuto nel settembre scorso l'approvazione della Food and Drug Administration, in parte sulla base dei risultati di questo studio, per il trattamento dei pazienti adulti con leucemia linfatica cronica o piccolo linfoma linfocitico recidivati o refrattari, già trattati in precedenza con almeno due terapie.

Nello studio DUO, Flinn e i colleghi hanno valutato l'efficacia di duvelisib orale due volte al giorno rispetto a ofatumumab in 319 pazienti con leucemia linfatica cronica o piccolo linfoma linfocitico recidivati o refrattari.
L’età mediana dei partecipanti era di 69 anni e il 60% del campione era di sesso maschile.

I ricercatori hanno assegnato i pazienti in modo casuale e in rapporto 1: 1 al trattamento con duvelisib oppure ofatumumab.
L’endpoint primario era la PFS valutata da un comitato di revisori indipendenti, mentre gli endpoint secondari comprendevano l’ORR e la sopravvivenza globale (OS).

Il tempo mediano dalla diagnosi iniziale era di 7,5 anni nel braccio trattato con duvelisib e di 6,7 anni nel braccio trattato con ofatumumab. Più della metà dei pazienti in entrambi i bracci era in stadio Rai III o superiore al basale e tutti avevano fatto in precedenza una mediana di due terapie.

Dopo un follow-up mediano di 22,4 mesi, la PFS mediana è risultata più lunga nel braccio trattato con duvelisib rispetto al braccio trattato con ofatumumab sia quando valutata dai revisori indipendenti in cieco (13,3 mesi contro 9,9 mesi; HR 0,52; P < 0,0001) sia quando valutata dagli sperimentatori (17,6 mesi contro 9,7 mesi; HR = 0,4; P < 0,0001).

La probabilità di PFS a 6 mesi è risultata del 78% duvelisib contro 72% con ofatumumab, mentre quella di PFS a 12 mesi è risultata rispettivamente del 60% contro 39%.
Tra i pazienti portatori della delezione 17p o mutazioni di TP53, la PFS mediana valutata da revisori indipendenti è risultata di 12,7 mesi con duvelisib contro 9 mesi con ofatumumab (HR 0,4; P = 0,0002). Anche in questo sottogruppo, la probabilità stimata di PFS è risultata maggiore con duvelisib rispetto a ofatumumab sia a 6 mesi (73% contro 63%) sia a 12 mesi (55% contro 30%).

Inoltre, in questo sottogruppo, la PFS mediana valutata dagli sperimentatori è risultata di 13,8 mesi con duvelisib e 9,5 mesi con ofatumumab (HR 0,41; P = 0,0003), mentre la probabilità stimata di PFS a 6 mesi è risultata rispettivamente del 77% contro 53% e quella a 12 mesi rispettivamente del 66% contro 33%.

L'ORR valutato dai revisori indipendenti è risultato del 73,8%, con il 72,5% di risposte parziali, nel braccio trattato con duvelisib e 45,3%, con il 44,7% di risposte parziali, nel braccio trattato con ofatumumab (P <0,0001).
L’OS mediana non è stata raggiunta in nessuno dei due bracci e in entrambi la probabilità di sopravvivenza a 12 mesi è risultata dell'86% (HR 0,99; IC al 95% 0,65-1,5).
Dopo un trattamento con una durata mediana di 50 settimane con duvelisib e 23 settimane con ofatumumab, i ricercatori hanno osservato risposte linfonodali nell'85% dei pazienti trattati con duvelisib e solo nel 15,7% dei pazienti trattati con ofatumumab (P < 0,0001).

Gli eventi avversi ematologici risultati comuni con duvelisib e ofatumumab sono stati la neutropenia (33% contro 21%), l’anemia (23% contro 10%) e la trombocitopenia (15% contro 6%).
Gli eventi avversi non ematologici più comuni verificatisi nel braccio duvelisib sono stati la diarrea (51%), la piressia (29%), la nausea (23%) e la tosse (21%).

"Per le persone che affrontano una leucemia linfatica cronica aggressiva, c'è una continua necessità di nuovi progressi e terapie" afferma Flinn nel comunicato. "Sulla base di questi dati, duvelisib può offrire una nuova opzione terapeutica a pazienti che altrimenti potrebbero avere poche opzioni a disposizione. Attraverso una continua ricerca di trattamenti mirati, abbiamo riscontrato un miglioramento dei tassi di risposta e della PFS, un’attenuazione dei sintomi e un miglioramento della qualità della vita dei pazienti".

I.W. Flinn, et al. The phase 3 DUO trial: duvelisib versus ofatumumab in relapsed and refractory CLL/SLL. Blood. 2018; doi:10.1182/blood-2018-05-850461.
leggi