Leucemia linfoblastica acuta infantile, deficit di attenzione nei sopravvissuti 2 anni dopo la chemio

I sopravvissuti a una leucemia linfoblastica acuta sottoposti a una chemioterapia intratecale senza radioterapia cranica restano ad alto rischio di deficit di attenzione e problemi dell'apprendimento anche a 2 anni dalla fine del trattamento, specie nei bambini trattati in modo più aggressivo o a un'età più precoce. Lo evidenzia uno studio pubblicato da poco sul Journal of Clinical Oncology.

I sopravvissuti a una leucemia linfoblastica acuta sottoposti a una chemioterapia intratecale senza radioterapia cranica restano ad alto rischio di deficit di attenzione e problemi dell’apprendimento anche a 2 anni dalla fine del trattamento, specie nei bambini trattati in modo più aggressivo o a un’età più precoce. Lo evidenzia uno studio pubblicato da poco sul Journal of Clinical Oncology.

I problemi di attenzione non sono legati all’intelligenza e al rendimento scolastico, ma hanno comunque “un impatto significativo negativo sul funzionamento" scrivono Lisa M. Jacola e i suoi collaboratori, tutti del dipartimento di psicologia del St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis.

La chemioterapia intratecale ha ampiamente sostituito la radioterapia cranica per proteggere il sistema nervoso centrale nei bambini colpiti da questa leucemia. Infatti, alcuni studi hanno evidenziato che i sopravvissuti trattati in precedenza con terapie di intensità elevata presentano una riduzione significativa della velocità di elaborazione e dei traguardi scolastici raggiunti, ma soprattutto un aumento notevole del rischio di problemi comportamentali e dell’apprendimento. Tuttavia, segnalano i ricercatori, la maggior parte degli studi ad oggi disponibili sugli esiti neurocognitivi di questo trattamento sono di tipo retrospettivo e di piccole dimensioni.

Invece, sottolineano la Jacola e i colleghi, “servono studi longitudinali prospettici per chiarire la traiettoria dello sviluppo neurocognitivo in questa popolazione vulnerabile”.

Per colmare, almeno in parte, questa lacuna, il team del St. Jude ha fatto uno studio prospettico utilizzando i dati di uno studio in corso (il St. Jude Total Therapy Study XV) su una coorte rappresentativa di oltre 400 pazienti di età compresa tra 12 mesi e 18 anni trattati presso il loro centro in un periodo di 7 anni, omettendo la radioterapia cranica profilattica.

I pazienti sono stati classificati come a basso o ad alto rischio sulla base dell’insieme dei fattori biologici e clinici, come il genotipo e l’immunofenotipo dei blasti, delle caratteristiche cliniche al momento della presentazione e della risposta precoce al trattamento. Sono stati quindi sottoposti a un trattamento intratecale con metotressato, citarabina e idrocortisone, a dosaggi appropriati in base al loro stato di rischio, nonché con leucovorina standardizzata seguita da mercaptopurina e vincristina più desametasone.

I partecipanti sono stati poi sottoposti a valutazioni neuropsicologiche approfondite al momento dell’induzione, alla fine del mantenimento e 2 anni dopo aver completato il trattamento.

Nel lavoro ora pubblicato sul Jco gli autori riportano gli esiti dei test dei 211 pazienti valutati al termine dei 2 anni dopo la fine della terapia. Secondo i nuovi dati, a 2 anni dal termine del trattamento, nel complesso, i sopravvissuti presentano valori in linea con quelli attesi in base all’età biologica per diversi parametri neurocognitivi, tra cui l’intelligenza complessiva (QI stimato), le competenze scolastiche (lettura, matematica, ortografia), l'apprendimento e la memoria.

Il dato confermerebbe che l’omissione della radioterapia cranica profilattica dal trattamento di questa leucemia determina un miglioramento degli esiti cognitivi. Tuttavia, la metà dei partecipanti ha totalizzato punteggi sotto la media per diverse misure dell’attenzione. Inoltre, i ricercatori hanno osservato nel loro campione una frequenza significativamente maggiore rispetto a quella attesa di iperattività, impulsività e problemi di apprendimento.

Questo effetto negativo è risultato più marcato tra i bambini che avevano meno di 5 anni al momento della diagnosi e tra quelli ad alto rischio, sottoposti a un trattamento più aggressivo.

"I nostri risultati ... sottolineano l'importanza del monitoraggio neurocognitivo di routine dei sopravvissuti a una leucemia linfoblastica acuta infantile trattati con la terapia attuale" scrivono la Jacola e i colleghi. Tuttavia, aggiungono ricercatori, la diagnosi precoce sarà utile solo se si svilupperanno interventi efficaci per rimediare a questi problemi di attenzione e di comportamento, interventi che, secondo gli autori, dovrebbero essere di tipo non farmacologico.

L-M. Jacola, et al. Longitudinal Assessment of Neurocognitive Outcomes in Survivors of Childhood Acute Lymphoblastic Leukemia Treated on a Contemporary Chemotherapy Protocol. J Clin Oncol 2016; doi: 10,1200 / JCO.2015.64.3205.
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