Un ampio studio statunitense presentato a San Francisco all’ultimo congresso dell’American Society of Hematology (ASH), lo U.S. Intergroup Trial C10403, ha dimostrato che gli adolescenti e i adulti giovani con leucemia linfoblastica acuta trattati con un regime pediatrico ottengono risultati migliori in termini di sopravvivenza libera da eventi (EFS) e sopravvivenza globale (OS) rispetto ai dati storici ottenuti con il regime utilizzato negli adulti.

“Una sopravvivenza libera da eventi a 2 anni del 66% e una sopravvivenza globale del 79% a 2 anni rappresentano un miglioramento significativo rispetto alla sopravvivenza libera da eventi del 34% ottenuta nei controlli storici del CALGB” ha detto la prima autrice dello studio, Wendy Stock, dell’Università di Chicago.

"Ci siamo chiesti se i medici che hanno in cura giovani adulti e adolescenti potessero ottenere gli stessi risultati, o risultati migliori, utilizzando i protocolli pediatrici" ha detto l’ematologa, spiegando gli obiettivi dello studio.

Il regime utilizzato in questo studio era lo stesso impiegato nel braccio standard dello studio AALL0232 del Children’s Oncology Group e l’endpoint primario era rappresentato dall’EFS.

Potevano partecipare al trial i pazienti con leucemia linfoblastica acuta a precursori delle cellule B o a precursori delle cellule T di nuova diagnosi, mentre sono stati esclusi quelli con leucemia linfoblastica acuta di tipo Burkitt e con leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva.

Tra il novembre 2007 e l’agosto 2012, gli autori hanno arruolato 318 pazienti, di cui 296 inclusi nell’analisi finale. Il trattamento consisteva nell’induzione della remissione, nel consolidamento della remissione, un trattamenti di mantenimento ad interim, un’intensificazione ritardata e una terapia di mantenimento.

L'età media dei partecipanti al momento della diagnosi era di 25 anni. "La maggior parte di questi pazienti era in condizioni abbastanza buone quando ha iniziato il trattamento" ha detto la Stock.

A 2 anni, l’EFS mediana è risultata di 59 mesi con una percentuale di EFS del 66%, mentre l’OS mediana a 2 anni non è stata raggiunta e l’OS stimata con un follow-up di circa 3 anni è del 79%. L’autrice ha sottolineato che sebbene sia ancora presto, questi numeri sono di gran lunga migliori rispetto a quelli ottenuti nei controlli storici.

I ricercatori hanno anche analizzato i dati dei pazienti con il profilo genetico BCR-ABL1, che è stato trovato nel 28% dei pazienti. L’EFS a 2 anni è risultata dell’81% nei pazienti senza questo profilo e del 57%, decisamente più bassa, nei pazienti con il profilo genetico in questione.

Inoltre, gli autori hanno analizzato l’effetto della sovraespressione del gene CRLF2, trovando un’EFS del 43% nei pazienti in cui il gene era sovraespresso contro 79% in quelli in cui non lo era. Nell’analisi multivariata la sovraespressione di CRLF2 è risultato l’unico fattore associato a un’EFS e a un’OS peggiori.

"Sulla base di questi dati ci accingiamo a utilizzare questo regime come base per i prossimi studi in cui  speriamo di aggiungere nuovi anticorpi mirati e nuovi inibitori delle chinasi per eradicare la malattia minima residua e ci auguriamo che si possa tradurre in un ulteriore miglioramento nella sopravvivenza in questo gruppo di pazienti”.

W. Stock, et al. Favorable Outcomes for Older Adolescents and Young Adults (AYA) with Acute Lymphoblastic Leukemia (ALL): Early Results of U.S. Intergroup Trial C10403. ASH 2014; abstract 796.
leggi