Vosaroxin, un derivato chinolonico di una classe finora non utilizzata nella trattamento dei tumori, non ha centrato il suo obiettivo primario, cioè il miglioramento della sopravvivenza globale (OS) rispetto al placebo, in aggiunta a citarabina, in uno studio di fase III su pazienti con leucemia mieloide acuta alla prima recidiva o refrattaria al trattamento.

Tuttavia si sono ottenuti risultati promettenti su almeno un endpoint secondario e si è evidenziato un beneficio nel sottogruppo dei pazienti over 60, tanto che Sunesis Pharmaceuticals, l’azienda che sta sviluppando il farmaco, ha già chiesto l’ok alle agenzie del farmaco Usa ed europea. Sunesis ha inoltre reso noto di voler presentare risultati più dettagliati dello studio in uno dei prossimi convegni di settore.

"Nei pazienti con leucemia mieloide acuta, specie quelli con una recidiva o con malattia refrattaria, c’è un gran bisogno di nuove opzioni terapeutiche, perché in oltre 40 anni nessuna terapia ha dimostrato di offrire un beneficio di sopravvivenza significativo in studio pivotal di fase III" afferma Adam Craig, chief medical officer of Sunesis, in un comunicato stampa diffuso dall’azienda.

Lo studio, chiamato VALOR, è un trial multicentrico internazionale randomizzato e in doppio cieco che ha coinvolto 711 pazienti arruolati in più di 100 centri e stratificati per età, area geografica e stato della malattia.

L’OS mediana è stata di 7,5 mesi per il gruppo vosaroxin contro 6,1 mesi nel gruppo placebo (HR 0,865; P = 0,06).

Poiché l’aver fatto il trapianto di staminali può confondere i risultati dell’analisi primaria, gli autori hanno pianificato anche un’analisi escludendo i soggetti che avevano fatto tale trapianto. In questo caso, l’OS mediana è stata di 6,7 mesi nel gruppo trattato con vosaroxin e 5,3 nel gruppo placebo, con una differenza ancora significativa tra i due bracci (HR 0,809; P = 0,02).

Lo studio ha evidenziato anche un beneficio significativo in termini di remissione completa, che era un endpoint secondario, nel gruppo trattato con vosaroxin rispetto al gruppo di controllo (30,1% contro 16,3%; P < 0,0001).

Inoltre, nel sottogruppo di 451 pazienti al di sopra dei 60 anni, di cui il 20,2% aveva fatto il trapianto di staminali, l’OS mediana è risultata di 7,1 mesi con vosaroxin contro 5 mesi con il placebo (HR 0,755; P = 0,006), mentre la percentuale di remissione completa è stata rispettivamente del 31,9% contro 13,8% (P = 0,0000048).

Nel sottogruppo dei 260 pazienti under 60, invece, di cui il 45,8% aveva fatto il trapianto, l’OS mediana è risultata rispettivamente di 9,1 mesi contro 7,9 mesi con il placebo (HR 1,079; P = NS), mentre la percentuale di remissione completa è stata del 26,9% contro 20,8% (P = 0,24).

Nella popolazione intent-to-treat, gli eventi avversi non ematologici di grado 3 o superiore risultati più comuni nel braccio in trattamento attivo sono stati le tossicità gastrointestinali e complicanze correlate, in linea con quanto già osservato in altri studi precedenti.

La frequenza degli eventi avversi gravi è stata del 55,5% nel gruppo trattato con vosaroxin contro 35,7% nel gruppo placebo.

La mortalità a 30 e a 60 giorni dovuta a qualsiasi causa è risultata paragonabile tra i bracci dello studio (rispettivamente 7,9% contro 6,6% e 19,7% contro 19,4).

Gli studi precedenti su vosaroxin hanno dimostrato che il farmaco è un agente intercalante del DNA e inibisce la topoisomerasi II, provocando un danno al DNA sito-selettivo. La Food and Drug Administration e la Commissione europea gli hanno concesso la designazione di farmaco orfano e l’agenzia americana gli ha accordato anche l’iter ‘fast track’, cioè una procedura di revisione accelerata del dossier registrativo.

Alessandra Terzaghi