Le infusioni di linfociti sono una terapia estremamente efficace nei pazienti con leucemia mieloide cronica (LMC) che recidivano dopo un trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche e la tempistica dell'infusione è relativamente poco importante. È quanto emerge da un nuovo studio internazionale pubblicato di recente sulla rivista Haematologica.

I pazienti con LMC che hanno una ricaduta dopo il trapianto di cellule staminali ematopoietiche sono trattati in genere con un’infusione di linfociti da donatore o con inibitori delle tirosin chinasi (TKI) oppure con entrambi gli approcci. Tuttavia, spiegano gli autori nell’introduzione, non è ancora chiaro quale sia la strategia migliore, né quale sia il momento migliore per la somministrazione dei linfociti.

Per far luce sulla questione, Yves Chalandon, dell’ospedale universitario di Ginevra, e altri autori, hanno fatto uno studio su 155 pazienti con LMC che avevano recidivato dopo il trapianto di cellule staminali e che successivamente erano stati sottoposti all’infusione di linfociti. Il campione comprendeva pazienti trapiantati tra il 1986 e il 2003 in 28 centri, nessuno trattato con imatinib prima del trapianto.

I linfociti sono stati somministrati sia durante la recidiva molecolare (in 85 pazienti) sia dopo aver scoperto una progressione verso uno stadio più avanzato di malattia (70 pazienti); l'intervallo medio tra la recidiva e l’infusione dei linfociti è risultato di 210 giorni e il follow up dopo l'infusione di 46 mesi.

Il tempo mediano intercorso tra il trapianto e la ricaduta molecolare è stato di 239 giorni; 64 pazienti (il 41%) sono stati sottoposti all’infusione entro 6 mesi dalla scoperta della ricaduta.

Dei 155 pazienti studiati, 31 sono deceduti durante il follow up, di cui 15 a causa della ricaduta, 14 per complicanze correlate all’infusione e due per cause diverse.

La sopravvivenza globale (OS) a 5 anni nell’intero campione è risultata del 76%, ma è salita all’89% nel sottogruppo di coloro che avevano ricevuto i linfociti da donatori consanguinei e scesa al 63% in quello i cui donatori non erano parenti (P = 0,003).

L’OS a 5 anni non ha mostrato differenze significative a seconda del momento della somministrazione ed è risultata del 69% nel sottogruppo in cui l’infusione dei linfociti ha avuto luogo entro 6 mesi dalla scoperta della ricaduta molecolare e dell’81% nel sottogruppo in cui è avvenuta dopo (P = 0,061). Inoltre, l’OS è risultata dell’81% se l'infusione è stata fatta al momento della recidiva molecolare e 71% se fatta in uno stadio di malattia più avanzato (P = 0,26).

L'analisi multivariata ha confermato che la sopravvivenza è inferiore se il donatore è un estraneo, con un hazard ratio (HR) pari a 2,54 (IC al 95% 1,15-5,53; P = 0,021). È inoltre emerso che alcuni aspetti della tempistica dell’infusione contano, perché si è trovato un miglioramento significativo quando l’infusione è stata fatta oltre i 6 mesi dalla ricaduta molecolare (HR 0,4; IC al 95% 0,19-0,84; P = 0,018).

Lo studio è limitato dalla sua natura retrospettiva, ma gli autori affermano che conferma la capacità delle infusioni di linfociti da donatore di salvare molti pazienti con LMC che ricadono dopo il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche.

Inoltre, sottolineano la scoperta un po’ strana in base alla quale aspettare più a lungo per somministrare i linfociti sembra avere un effetto protettivo. "Questa scoperta potrebbe essere correlata alla particolare storia naturale della malattia e alla sua biologia, perché l’LMC è di solito una malattia a lenta evoluzione e i pazienti in recidiva citogenetica o ematologica avranno ancora alcuni mesi o anni davanti prima di passare alla fase blastica e al decesso".

I dati di questo studio, concludono  dovrebbe essere utilizzati come un punto di riferimento nei prossimi studi in cui si confronterà l’infusione di linfociti da donatore con la terapia con TKI.

Y. Chalandon, et al. Early administration of donor lymphocyte infusions upon molecular relapse after allogeneic hematopoietic stem cell transplantation for chronic myeloid leukemia: a study by the Chronic Malignancies Working Party of the EBMT. Haematologica 2014; doi: 10.3324/haematol.2013.100198.

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