I corsi crescenti dei farmaci utilizzati per il trattamento della leucemia mieloide cronica (LMC) hanno raggiunto livelli “insostenibili” e rischiano di "lasciare molti pazienti sottotrattati, o addirittura senza terapia, per l'impossibilità di sostenere la spesa delle cure”.  

A lanciare l’allarme dal sito di Blood - organo ufficiale dell’ American Society of Hematology - sono 120 tra i maggiori esperti della malattia, provenienti da più di 15 Paesi, i quali lanciano innanzitutto un appello alle Big Pharma affinché abbassino i prezzi delle terapie, specie degli inibitori delle tirosin chinasi, per poter ampliare l’accesso dei pazienti ai farmaci innovativi e mantenere una politica sanitaria solida e sostenibile nel lungo termine.

Dei 12 farmaci approvati dalla Food and Drug Administration nel 2012 per diverse patologie tumorali, si legge nell’articolo su Blood, 11 costano più di 100mila dollari l'anno. Inoltre, il prezzo per un mese di cura si aggira in media intorno ai 10mila dollari, ed è quasi raddoppiato rispetto a 10 anni fa. Anche se il dato si riferisce a tutti i nuovi antitumorali, i firmatari del documento si sono focalizzati su quelli impiegati per il trattamento della LMC, come imatinib.

"Attualmente i guadagni su imatinib si aggirano intorno ai 3 miliardi di dollari l'anno; ci si potrebbe accontentare di 2 miliardi?" si chiede uno degli autori dell’analisi Brian Druker, che figura anche tra i ricercatori degli studi registrativi su imatinib. Pronta la replica di Novartis, la quale ha fatto subito notare che i suoi investimenti sul farmaco sono continuati anche dopo l'approvazione iniziale per ottenere nuove indicazioni, aggiungendo che ogni anno l'azienda, negli Stati Uniti, fornisce gratuitamente imatinib o nilotinib a 5000 pazienti non assicurati o coperti in modo insufficiente dalle assicurazioni.

Pfizer, che nel settembre scorso ha ottenuto il via libera dell’Fda per bosutinib, contribuisce a far avere prescrizioni gratuite o a costi ridotti ai pazienti che hanno i requisiti economici per ottenerle, mentre i pazienti assicurati pagano non più di 50 dollari al mese, ha fatto sapere la portavoce dell'azienda Victoria Davis.

Tuttavia, gli specialisti osservano che, nonostante i programmi delle Big Pharma per ampliare l’accesso alle terapie, i pazienti con LMC che stanno facendo le cure con uno dei farmaci attualmente disponibili sono ancora una minoranza dei circa 1,2-1,5 milioni di malati in tutto il mondo.

Dall'introduzione della terapia con gli inibitori della tirosin chinasi, più di 10 anni fa, la  mortalità annuale dei pazienti affetti da LMC è passata dal 10-20% dei primi anni 2000 al 2% di oggi, mentre la sopravvivenza a 10 anni è più che quadruplicata, passando dal 20% a oltre l'80%. Ma gli specialisti avvertono che la questione costi rischia di compromettere seriamente questo andamento.

Inoltre, si legge nell’articolo, il tasso di sopravvivenza dei pazienti negli Stati Uniti sembra essere inferiore a quel che dovrebbe e ciò potrebbe forse essere legato al fatto che i pazienti non stanno facendo le terapie adeguate, in parte a causa dei costi elevati, due volte più alti che in molti altri Paesi.

L’analisi pubblicata su Blood si riferisce specificamente alla situazione degli Usa, ma il problema riguarda anche le altre nazioni, Italia compresa, tanto che l’articolo è firmato da un gruppo internazionale di esperti, tra cui anche cinque italiani (Elisabetta Abruzzese, Massimo Breccia, Carlo Gambacorti-Passerini, Giovanni Martinelli e Paolo Vigneri).

Per trovare una soluzione valida sul lungo termine alla questione dei costi troppo alti delle cure, gli opinion leader invocano anche un'alleanza  fra tutte le parti in causa- dalle aziende alle assicurazioni, dalle istituzioni ai medici, dalle associazioni dei pazienti fino alle farmacie  - affinché collaborino per migliorare le attuali politiche di pricing dei farmaci.

Experts in chronic myeloid leukemia. Price of drugs for chronic myeloid leukemia (CML), reflection of the unsustainable cancer drug prices: perspective of CML Experts. Blood 2013; doi: 10.1182/blood-2013-03-490003.
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Alessandra Terzaghi