Leucemia mieloide cronica, stop o no al TKI? Un nuovo test può dare la risposta

Un nuovo test personalizzato basato sul DNA potrebbe rivelarsi utile per identificare quei pazienti affetti da leucemia mieloide cronica ritenuti in remissione profonda che hanno in realtà ancora livelli molto bassi di malattia residua. Il test potrebbe quindi aiutare a capire quali pazienti con livelli del trascritto di BCR-ABL1 non rilevabili possono davvero interrompere tranquillamente la terapia con inibitori delle tirosin chinasi.

Un nuovo test personalizzato basato sul DNA potrebbe rivelarsi utile per identificare quei pazienti affetti da leucemia mieloide cronica ritenuti in remissione profonda che hanno in realtà ancora livelli molto bassi di malattia residua. Il test potrebbe quindi aiutare a capire quali pazienti con livelli del trascritto di BCR-ABL1 non rilevabili possono davvero interrompere tranquillamente la terapia con inibitori delle tirosin chinasi.

Nell’articolo in cui è descritta la metodica, pubblicato di recente online sul Journal of Molecular Diagnostics, Mary Alikian, dell’Hammersmith Hospital di Londra, e i suoi colleghi spiegano che il test permette di quantificare i livelli molto bassi di malattia residua nei campioni di sangue periferico di pazienti con leucemia mieloide cronica in cui il trascritto di BCR-ABL risulta non rilevabile utilizzando la tecnica della RT-PCR quantitativa.

Il loro metodo digitale basato sul DNA e personalizzato permette di identificare rapidamente le giunzioni di fusione t (9; 22) utilizzando un sequenziamento di nuova generazione mirato e generando sonde basate sul DNA ad alta performance specifiche per l'impronta molecolare unica del clone leucemico di ciascun paziente. I ricercatori hanno migliorato ulteriormente la sensibilità dell'approccio basato sul DNA ottimizzando la tecnica in modo da poterla utilizzare su una piattaforma digitale che fornisce una quantificazione molecolare assoluta senza bisogno di una curva standard. Questo approccio consente di evitare la laboriosa mappatura del punto di rottura e migliora la sensibilità.

I ricercatori hanno mappato con successo i punti di rottura nel genoma in tutti i campioni provenienti da 32 pazienti con leucemia mieloide cronica in stadio precoce. Utilizzando questa tecnica, hanno rilevato in modo quantitativo la presenza di una malattia residua in 46 campioni prelevati durante il follow-up di 6 dei 32 pazienti, di cui 36 campioni di pazienti in remissione molecolare profonda.

La PCR digitale ha permesso di rilevare il DNA di BCR-ABL1 e quindi la persistenza della malattia nell’81% dei campioni in remissione molecolare, superano sia l’RT-dPCR (25%) sia la PCR quantitativa basata sul DNA (19%).

Dei pazienti con leucemia mieloide cronica che raggiungono livelli non rilevabili del trascritto BCR-ABL 1 duraturi grazie alla terapia con TKI, circa il 60% torna ad avere il trascritto (e quindi la malattia) rilevabile quando sospende il farmaco e deve quindi ricominciare il trattamento. Un metodo migliore per identificare i pazienti che hanno le probabilità più basse di recidiva consentirebbe di sospendere in sicurezza il TKI nel restante 40% dei pazienti che sarebbe rimasto libero da malattia.

I ricercatori stanno attualmente studiando l'impatto sugli outcome del livello di malattia residua valutato mediante dPCR al momento della sospensione del trattamento nell’ambito dello studio inglese DESTINY (Deescalation and Stopping Treatment of Imatinib, Nilotinib or Sprycel in Chronic Myeloid Leukaemia). "Se validata in studi clinici sulla sospensione del TKI, la tecnica permetterà un approccio più personalizzato alle raccomandazioni per la riduzione della dose del farmaco o la sua sospensione nei singoli pazienti, garantendo che la terapia venga sospesa solo nei pazienti che hanno le maggiori probabilità di remissione a lungo termine" scrivono la Alikian e i colleghi.

Identificare i punti di rottura nel genoma non appena la leucemia mieloide cronica viene diagnosticata permetterebbe la progettazione e l'ottimizzazione di un saggio specifico per ogni paziente. La risposta dei pazienti alla terapia verrebbe quindi monitorata tramite RT-qPCR standard fino a quando non hanno raggiunto una risposta molecolare. Da quel momento in poi, il monitoraggio di routine verrebbe aumentato con la quantificazione del DNA mediante dPCR e trarrebbe vantaggio dalla pubblicazione di linee guida standardizzate, così come per l’RT-qPCR.

In futuro, sarà dunque importante indagare non solo se il rischio di recidiva dopo sospensione sia funzione del numero di cellule leucemiche residue, ma anche se sia correlato al grado di attività trascrizionale di quelle cellule, spiegano i ricercatori. "Abbiamo osservato che l'8% dei campioni (3 su 36) risultava positivo con il metodo basato sull’RNA, ma negativo con quello basato sul DNA. Al contrario, nei campioni con DNA di BCR-ABL1 rilevabile, c'era un’eterogeneità nella rilevabilità del trascrizione mediante RT-dPCR che è sembrata essere correlata alla quantità di DNA di BCR-ABL1 rilevato. Va tenuto presente che i passaggi della sintesi del cDNA e della trascrittasi inversa rimangono una potenziale fonte di variabilità che influisce sulla concentrazione del cDNA, e quindi questi risultati devono essere interpretati con cautela" avvertono, infine, i ricercatori.

M. Alikian, et al. Next-Generation Sequencing-Assisted DNA-Based Digital PCR for a Personalized Approach to the Detection and Quantification of Residual Disease in Chronic Myeloid Leukemia Patients. L Mol Diagnostics. 2016;18(2):176-89; doi: http://dx.doi.org/10.1016/j.jmoldx.2015.09.005
leggi