Cresce di anno in anno la speranza per le persone colpite da tumori del sangue: per alcune forme di leucemia o linfoma, il 70-80% dei pazienti raggiunge la guarigione completa e oggi questo risultato sembra possibile anche per la Leucemia Mieloide Cronica. Secondo i dati dello studio internazionale ENESTnd, il 32% dei pazienti in terapia con nilotinib, farmaco di ultima generazione, dopo 36 mesi raggiunge la Risposta Molecolare Completa.

Ciò è considerato il requisito essenziale per poter valutare l’interruzione della terapia nell’ambito di specifici protocolli clinici. L’occasione per ribadire i successi ottenuti dalla ricerca scientifica è la settima “Giornata Nazionale per la lotta contro Leucemie, Linfomi e Mieloma” promossa dall’AIL e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

«Oggi per la maggioranza dei malati c’è quasi sempre una speranza e del tutto eccezionali sono i casi nei quali, purtroppo, il medico può fare poco o nulla – dichiara Franco Mandelli, ematologo di fama internazionale e Presidente Nazionale AIL – anche quando non riusciamo a ottenere la guarigione, possiamo assicurare e migliorare la durata della sopravvivenza: abbiamo pazienti con forme croniche di leucemia o linfoma che sono in cura da quindici, venti o trenta anni, stanno bene e mantengono una buona qualità di vita».

La Leucemia Mieloide Cronica è uno degli esempi più significativi che ha contribuito a questo cambiamento di scenario. Questa malattia, che fino a pochi anni fa poteva essere curata solo con il trapianto di cellule staminali, dopo l’avvento delle terapie mirate, il cui capostipite è imatinib, presenta altissime percentuali di sopravvivenza e gli ultimi risultati sulla Risposta Molecolare Completa fanno pensare ad un futuro in cui sarà possibile interrompere la terapia senza recidive della malattia.

«Risposta Molecolare Completa significa che si è raggiunto un livello di malattia minima residua tale che con i comuni metodi molecolari, anche i più sofisticati, non è possibile riuscire a vedere la trascrizione del marcatore specifico della Leucemia Mieloide Cronica – spiega Giuseppe Saglio, ordinario di Ematologia dell’Università di Torino, Direttore del Dipartimento di Medicina Interna dell’Ospedale Universitario San Luigi di Orbassano-Torino – alcuni pazienti in trattamento con nilotinib arrivati alla Risposta Molecolare Completa, dopo aver smesso la terapia, non hanno più avuto recidive, sono cioè funzionalmente guariti dalla loro malattia, a tal punto da non avere più necessità di sottoporsi ai trattamenti».

Nilotinib è un farmaco che offre un’alternativa terapeutica più selettiva e potente ai pazienti affetti da Leucemia Mieloide Cronica. È approvato dall’EMA come trattamento di prima linea per i pazienti adulti affetti da Leucemia Mieloide Cronica (LMC) Ph+.

«Nilotinib è in grado di inibire con maggiore potenza, selettività e rapidità la proteina BCR-ABL che è alla base del processo di trasformazione leucemica – afferma Massimo Breccia, Dirigente Medico dell’Azienda Policlinico Umberto I della Sapienza Università di Roma – lo studio GIMEMA ha testato nilotinib in 73 pazienti di nuova diagnosi: a 4 anni, più dell’80% dei pazienti ha ottenuto una Risposta Molecolare Completa e un solo caso di progressione è stato fino ad ora riportato».

In che modo gli ematologi riescono a determinare il livello di malattia? Attraverso le indagini molecolari, attualmente sono le analisi più accurate e sensibili per monitorare la risposta ai trattamenti per la Leucemia Mieloide Cronica e l’eventuale persistenza di malattia minima residua dopo la terapia: sono infatti in grado di rilevare un singolo gene BCR-ABL difettoso anche tra 100.000/1.000.000 di cellule normali.

Verso il raggiungimento della Risposta Molecolare Completa è indirizzato anche l’impegno di Labnet, un sistema che collega in rete ben 36 laboratori italiani specializzati in Biologia Molecolare in grado di fornire una valutazione della risposta molecolare standardizzata, una delle punte di diamante del programma Path to Cure sviluppato da Novartis.

«L’obiettivo di Labnet è monitorare la risposta molecolare: se dobbiamo regolare o modificare il trattamento in base ad essa, dobbiamo essere sicuri di poter disporre per tutti i pazienti italiani con Leucemia Mieloide Cronica di tecnologie che siano sufficientemente standardizzate e che possano essere utilizzate routinariamente – spiega Fabrizio Pane, Presidente della Società Italiana di Ematologia e Direttore dell’Unità Operativa di Ematologia e Trapianti dell’A.O.U. Federico II di Napoli – questo sistema è un esempio di buona collaborazione, che da un lato offre la possibilità di aumentare l’appropriatezza terapeutica e migliorare l’efficacia dei farmaci, dall’altro permette un elevato risparmio di costi».

Abbiamo rivolto qualche domanda sullo studio ENESTnd al professor Giuseppe Saglio, ordinario di Ematologia, Università di Torino, Direttore Dipartimento di Medicina Interna, Ospedale Universitario San Luigi di Orbassano-Torino

Nella Leucemia Mieloide Cronica adesso si punta a ottenere la Risposta Molecolare Completa. Cosa significa esattamente?
Risposta molecolare completa significa che si è raggiunto un livello di malattia minima residua tale che con i comuni metodi molecolari, anche i più sensibili come la PCR (Polymerase Chain Reaction, Reazione a Catena della Polimerasi) non si riescono più a vedere i trascritti prodotti dal gene BCR-ABL, il marcatore specifico della Leucemia Mieloide Cronica, che è il gene responsabile della leucemia. A questo punto, a seconda della qualità del campione, la riduzione della malattia rispetto al momento della diagnosi oscilla tra i 4 e 5 logaritmi. Oggi si preferisce una quantificazione più precisa della malattia minima residua, e si definisce come Remissione Molecolare Completa (CMR) un livello di riduzione al di sotto dei 4.5 logaritmi denominata MR.

Quali sono le implicazioni concrete per i pazienti?
È importante raggiungere questo livello molto basso di malattia minima residua perché, secondo i risultati del follow-up a 36 mesi dello studio internazionale ENESTnd, ora sappiamo che il 32% dei pazienti in trattamento con nilotinib è arrivato alla Risposta Molecolare Completa. Ciò consente di smettere la terapia, senza avere più recidive, raggiungendo quella che viene definita una “cura funzionale” o “operazionale”: quei pazienti sono cioè funzionalmente guariti dalla loro malattia, a tal punto di non avere più necessità di sottoporsi ai trattamenti.
In realtà, le cellule leucemiche esistono ancora, ma l’organismo è tornato in possesso della capacità di controllare la loro espansione. Tale “cura funzionale”, inoltre, consentirà di ridurre i rischi di un’eventuale tossicità che la somministrazione del farmaco prolungata per tutta la vita potrebbe causare. Anche se al momento non abbiamo elementi che supportino l’esistenza di questo rischio, in ogni caso la possibilità di smettere una terapia così costosa avrà delle ricadute importanti in termini di costi per la sanità pubblica.

In che modo un progetto come Path to Cure, che coinvolge istituti di ricerca a livello europeo e internazionale, avvicina questo risultato?

Il programma Path to Cure è un progetto molto vasto e completo, sostenuto da Novartis, che ha diversi scopi: prima di tutto si propone di studiare quante persone, anche con i soli inibitori della tirosin-chinasi, possono raggiungere una Remissione Molecolare Completa e smettere la terapia senza rischi di recidiva.
Il secondo obiettivo è quello di verificare esattamente i fattori che determinano o semplicemente influenzano questo fenomeno e che possono portare a predire le reali possibilità di ogni specifico paziente di sospendere il trattamento senza incorrere in una successiva ricaduta.
L’obiettivo più ambizioso del progetto è poi trovare le vie migliori per poter estendere il risultato al maggior numero possibile di pazienti, possibilmente tutti, anche attraverso protocolli che associno agli inibitori della tirosin-chinasi altri farmaci molecolarmente mirati.