Linfoma di Burkitt, aggiunta di rituximab alla chemio può migliorare i risultati

L'aggiunta dell'anticorpo anti-CD20 rituximab alla chemioterapia 'dose-dense' prolunga la sopravvivenza libera da progressione (EFS) nei pazienti affetti da linfoma di Burkitt, senza aumentare in modo significativo gli eventi avversi. A dimostrarlo sono i risultati di uno studio multicentrico francese di fase 3 appena pubblicato su The Lancet.

L'aggiunta dell’anticorpo anti-CD20 rituximab alla chemioterapia ‘dose-dense’ prolunga la sopravvivenza libera da progressione (EFS) nei pazienti affetti da linfoma di Burkitt, senza aumentare in modo significativo gli eventi avversi. A dimostrarlo sono i risultati di uno studio multicentrico francese di fase 3 appena pubblicato su The Lancet.

Gli autori, coordinati da Vincent Ribrag, dell'Institut Gustave Roussy di Villejuif, in Francia, spiegano nell’introduzione che studi precedenti a braccio singolo suggeriscono che l'aggiunta di rituximab alla terapia standard, la chemioterapia breve intensiva, potrebbe migliorare i risultati nei pazienti affetti da leucemia o linfoma di Burkitt.

Ribrag e i suoi colleghi hanno quindi provato a valutare la combinazione dell’anticorpo con la chemioterapia ‘dose-dense’ in uno studio randomizzato e controllato di fase 3, in aperto.

A tale scopo, hanno arruolato in 45 centri transalpini 260 pazienti adulti affetti da linfoma di Burkitt, naïve al trattamento, HIV-negativi, e li hanno stratificati in base alla presenza (in 136 pazienti) o assenza (in 124 pazienti) del coinvolgimento del midollo osseo o del sistema nervoso centrale (SNC).

I ricercatori hanno quindi assegnato in modo casuale i pazienti in ciascun gruppo al trattamento con la chemioterapia con o senza rituximab (375 mg/m2 il giorno 1 e il giorno 6 durante i primi due cicli di chemioterapia).

I pazienti che presentavano un interessamento del midollo osseo o del SNC sono stati ulteriormente stratificati in sottogruppi in base all'età (meno di 40 anni, da 40 a 60 anni o al di sopra dei 60 anni) e al coinvolgimento del SNC.

L'analisi finale ha riguardato 257 pazienti (il 71% uomini); di questi, 128 erano stati trattati con rituximab (di cui 68 con un coinvolgimento del SNC o del midollo osseo) e 129 no (di cui 65 con un coinvolgimento del SNC o del midollo osseo).

L’endpoint primario del trial era l’EFS a 3 anni e il follow up è stato di 38 mesi (range interquartile, 24-59).

L’EFS a 3 anni è risultata significativamente superiore nel gruppo trattato con rituximab rispetto al gruppo trattato con la sola chemio (75% contro 62%; HR 0,59; IC al 95% 0,38-0,94), così come la sopravvivenza globale (OS) a un anno, che era un endpoint secondario (83% contro 70%; HR 0,51; IC al 95% 0,3-0,86) tra i pazienti trattati con rituximab.

Durante il trial sono stati registrati 61 decessi, di cui 24 (19%) nel gruppo trattato con rituximab e 37 (29%) nel gruppo di controllo. In totale, 11 pazienti (9%) nel gruppo rituximab e 24 (19%) assegnati alla sola chemioterapia sono morti a causa del linfoma di Burkitt.

I ricercatori hanno segnalato percentuali simili di eventi avversi nei diversi gruppi di trattamento. Gli eventi più comuni sono stati quelli di tipo infettivo o ematologico. Si sono registrate percentuali simili di eventi infettivi di grado 3/4 (17% con rituximab contro 15% con la sola chemioterapia), di tossicità non ematologiche di grado 3/4 (18% contro 17%), così come una durata simile della neutropenia di grado 4 per ciclo (media, 3,38 giorni contro 3,31 giorni) tra i gruppi di trattamento.

Un'analisi esplorativa in cui si è tenuto conto dei valori dell'emoglobina, dell'albumina e della lattato deidrogenasi ha mostrato che l'effetto del trattamento non è stato significativo per quanto riguarda l’EFS o l’OS. Tuttavia, tra i 101 pazienti al di sotto dei 40 anni, si è registrata un’OS a 3 anni significativamente superiore nel braccio rituximab (94% contro 88%; P = 0,03). In questo sottogruppo di pazienti più giovani, ci sono stati tre decessi (6%) fra i pazienti trattati con rituximab contro 11 (21%) fra quelli assegnati alla sola chemioterapia.

"La prossima domanda aa cui rispondere, ora, è come migliorare ulteriormente il trattamento dei pazienti con linfoma di Burkitt, soprattutto quando la malattia si sviluppa in pazienti anziani che presentano una concentrazione sierica elevata di lattato deidrogenasi e una diminuzione dell'emoglobina o dell’albumina" scrivono Ribrag e i colleghi. 

Inoltre, aggiungono i ricercatori, "l’esperienza pediatrica suggerisce che accorciare la durata del trattamento nei pazienti con interessamento midollare o del SNC potrebbe essere un'opzione importante da esplorare senza compromettere l’efficacia. I progressi nella patogenesi del linfoma di Burkitt aprono nuove aree per la ricerca clinica".

V. Ribrag, et al. Rituximab and dose-dense chemotherapy for adults with Burkitt's lymphoma: a randomised, controlled, open-label, phase 3 trial. Lancet 2016; http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(15)01317-3
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