Nello studio Aethera, i pazienti con linfoma di Hodgkin trattati con brentuximab vedotin come terapia di consolidamento dopo un trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) hanno mostrato una sopravvivenza libera da progressione (PFS) significativamente più lunga rispetto a quelli trattati con placebo.

Questa la sintesi dei risultati di un ampio trial multicentrico di fase III, appena resi noti da un comunicato stampa, i cui dati saranno presentati in occasione del congresso annuale dell’American Society of  Hematology (ASH), in agenda dal 6 al 9 dicembre a San Francisco.

Lo studio clinico in questione è un trial randomizzato su brentuximab vedotin , in doppio cieco e controllato  versus placebo,  che aveva come obiettivo primario la  PFS dopo ASCT in pazienti con linfoma di Hodgkin con almeno un fattore di rischio di progressione.

“Lo studio AETHERA è una parte  importante dell’ampio programma di sviluppo del farmaco - spiega Alessandra Fionda, Oncology Medical Manager di Takeda Italia- che ci consentirà di acquisire nuove ed interessanti informazioni sul farmaco.

Brentuximab vedotin ha, infatti, già dato risultati impattanti nel trattamento di pazienti adulti con linfoma di Hodgkin CD30+ refrattari o recidivanti in seguito a trapianto autologo di cellule staminali.
Con lo studio Aethera ci si focalizza sui quei pazienti che, sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali ed esprimendo determinati fattori di rischio di progressione di malattia, sono considerati a rischio di ricaduta.

I 329 pazienti con linfoma di Hodgkin a rischio di ricaduta coinvolti nello studio sono stati arruolati in centri sperimentali situati negli Stati Uniti, in Europa occidentale e in Russia e trattati con il farmaco o con placebo per un tempo massimo di circa un anno.

I dati non sono ancora noti, ma il comunicato stampa anticipa chiaramente che nel gruppo trattato con brentuximab vedotin si è osservato un miglioramento statisticamente significativo della PFS, valutata da un comitato di revisione centrale indipendente, rispetto al gruppo placebo (hazard ratio 0,57; P = 0,001), miglioramento equivalente a un prolungamento della PFS pari al 75%.  La PFS è stata misurata per tutti i pazienti arruolati dopo un minimo di 2 anni dall’inizio del trattamento.

Gli endpoint secondari dello studio includevano la sopravvivenza globale (OS), la sicurezza e la tollerabilità. L’analisi ad interim dell’OS prevista dal protocollo non ha evidenziato differenze statisticamente significative fra i due bracci di trattamento, e un’ulteriore analisi dei dati di OS è programmata per il 2016.

In entrambi i bracci, i pazienti in progressione sono stati sottoposti a diverse terapie successive. In particolare, la maggior parte dei pazienti del gruppo placebo ha iniziato il trattamento con brentuximab vedotin dopo essere andata in progressione di malattia.

ll profilo di sicurezza e tollerabilità mostrato da brentuximab vedotin nello studio AETHERA è risultato coerente con quanto già precedentemente noto.

“Quanto è stato anticipato dei risultati di questo studio è estremamente interessante, se si pensa alla possibilità di ulizzare brentuximab vedotin nel consolidare le remissioni dopo trapianto autologo e prolungare la PFS nei pazienti a rischio,  con un profilo di sicurezza accettabile. Dovremo attendere la presentazione dei risultati all’ ASH, per poter fare delle considerazioni sulla opportunità di un nuovo paradigma di trattamento dopo trapianto autologo in pazienti a rischio di ricaduta”  aggiunge  Fionda.

Brentuximab vedotin è un anticorpo monoclonale anti CD30  coniugato,  per mezzo di un legante scindibile dalle proteasi,  all’agente antimicrotubulare monometilauristatina E (MMAE).

La MMAE è potente citotossina che bloccando la polimerizzazione della tubulina inibisce la divisione cellulare e determina la morte della cellula tumorale, ma che in quanto molto  tossica, non può essere somministrata come tale.

Grazie alla tecnologia di coniugazione e alla grande stabilità del legante messo a punto da Seattle Genetics, essa è rilasciata solo dopo l'internalizzazione nelle cellule tumorali del linfoma di Hodgkin che esprimono l’antigene CD30.

Questa capacità di azione mirata al bersaglio minimizza la tossicità rispetto alla chemioterapia tradizionale e, al contempo, permette di colpire in maniera selettiva le cellule tumorali che esprimono il CD30, ottimizzando il binomio efficacia/sicurezza.

Il farmaco è approvato in oltre 45 Paesi e nell’Unione europea è autorizzato per il trattamento di pazienti adulti con linfoma di Hodgkin CD30-positivo recidivante o refrattario dopo il trapianto autologo di cellule staminali, o in seguito ad almeno due precedenti chemioterapie quando il trapianto autologo  di cellule staminali o la polichemioterapia non sono opzioni terapeutiche, nonché per il trattamento di pazienti adulti con linfoma anaplastico a grandi cellule sistemico recidivante e refrattario. Nel nostro Paese ha ottenuto nel luglio scorso la rimborsabilità in classe H.

Sulla base dei risultati positivi dello studio AETHERA, sarà richiesta all’FDA una estensione delle indicazioni, in modo da comprendere, appunto, la terapia di consolidamento dopo il trapianto autologo di cellule staminali, nel corso del 2015. A seguire sarà sottomessa la domanda anche all’Agenzia europea dei medicinali (EMA)

Nuove indicazioni del farmaco sono in studio, in quanto parte del programma di sviluppo del prodotto. Sono già iniziati, infatti, gli studi di fase III sull’efficacia e la sicurezza di brentuximab vedotin nella terapia di prima linea nel linfoma di Hodgkin, nei linfomi a cellule T mature CD30-positive e nei linfomi cutanei a cellule T CD30+.  Gli studi sono in corso e ci vorrà ancora qualche anno per averne i risultati.