Linfoma di Hodgkin recidivato, risposte impressionanti con nivolumab

Nivolumab potrebbe essere un'opzione efficace come terapia di salvataggio per i pazienti adulti con linfoma di Hodgkin la cui malattia č progredita nonostante il trapianto e il trattamento con brentuximab vedotin. A suggerirlo sono dati dello studio di fase II Checkmate 205, presentato a Copenhagen al congresso della European Hematology Association (EHA).

Nivolumab potrebbe essere un'opzione efficace come terapia di salvataggio per i pazienti adulti con linfoma di Hodgkin la cui malattia è progredita nonostante il trapianto e il trattamento con brentuximab vedotin. A suggerirlo sono dati dello studio di fase II Checkmate 205, presentato a Copenhagen al congresso della European Hematology Association (EHA).

In una sottocoorte di pazienti dello studio Checkmate 205 80 pazienti con linfoma di Hodgkin in progressione dopo il trapianto autologo di cellule staminali e brentuximab vedotin, il trattamento con nivolumab è risultato associato a una percentuale di risposta obiettiva, valutata da revisori indipendenti, del 53%, ha riferito Anas Younes, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.

"L’inibitore del checkpoint immunitario PD-1 nivolumab è un nuovo e importante trattamento per affrontare i bisogni insoddisfatti dei pazienti con linfoma di Hodgkin classico in progressione e con poche opzioni di trattamento, soprattutto dopo il trapianto autologo" ha detto Younes in conferenza stampa.

Le percentuali di risposta obiettiva, sia quelle determinate dagli sperimentatori sia quelle valutate dai revisori indipendenti sono state "impressionanti" e di "durata incoraggiante" ha aggiunto Younes. La durata mediana della risposta al momento di cutoff dei dati era 7,8 mesi e la maggior parte dei pazienti stava ancora rispondendo al trattamento al momento dell'analisi, ha riferito poi l’oncologo.

Nello studio registrativo Checkmate 205, 80 pazienti sono stati assegnati al trattamento con nivolumab 3 mg/kg per via endovenosa ogni 2 settimane. La risposta è stata valutata sia da un comitato indipendente di revisione radiologica sia dagli sperimentatori, utilizzando criteri di risposta dell’International Working Group del 2007. Dopo un follow-up mediano di 8,9 mesi, la percentuale di risposta obiettiva secondo i revisori indipendenti, endpoint primario del trial, è stata del 66,3%%, di cui un 8,8% di remissioni complete e un 57,5% di remissioni parziali.

Quasi tutti i pazienti hanno mostrato un certo grado di regressione del tumore, ha riferito Younes, e tra i responder tutti i pazienti tranne uno hanno mostrato una riduzione del tumore almeno del 50% rispetto al basale.

Fra i 43 pazienti che non avevano avuto alcuna risposta a brentuximab vedotin, il successivo trattamento con nivolumab è risultato associato a una percentuale di risposta obiettiva valutata dai revisori del 72%. La durata mediana della remissione è stata di 7,8 mesi e il tempo mediano di risposta di 2,1 mesi.

Al momento dell’ultimo follow-up, 33 dei 53 pazienti che avevano risposto secondo i revisori indipendenti stavano ancora rispondendo. La percentuale di sopravvivenza libera da progressione (PFS) a 6 mesi valutata dai revisori indipendenti è risultata del 77% e quella di sopravvivenza globale (OS) del 99%.

Nel complesso, 72 pazienti (il 90%) hanno manifestato un evento avverso correlato al trattamento. Gli eventi avversi più comuni verificatisi nel 15% o più dei pazienti sono stati affaticamento, reazioni correlate all'infusione e rash. La maggior parte degli eventi avversi immuno-mediati è stata di basso grado e gestibile, e non ci sono stati decessi correlati al trattamento, ha detto Younes.

Il moderatore dell’incontro, Anton Hagenbeek, professore di ematologia presso l'Università di Amsterdam, non coinvolto nello studio, ha chiesto se nivolumab possa essere considerato come un ponte verso altre terapie in questa popolazione di pazienti.

Younes ha detto che la "naturale evoluzione di un agente singolo dimostratosi efficace è di combinarlo con altri agenti attivi o utilizzarlo magari nel setting adiuvante o di mantenimento in determinate circostanze".

"Non mi aspetto che nivolumab come agente singolo possa guarire i nostri pazienti" ha aggiunto l’ematologo.

Nivolumab è stato approvato nel maggio scorso dalla Food and Drug Administration per il trattamento del linfoma di Hodgkin classico recidivato o progredito dopo il trapianto autologo di cellule staminali seguito dal trattamento con brentuximab vedotin. Si tratta della prima approvazione di un inibitore di PD-1 per il trattamento di una neoplasia ematologica maligna e il farmaco è attualmente al vaglio anche della European Medicines Agency e dell’agenzia del farmaco giapponese.

Uno studio con disegno simile a quello dello studio Checkmate 205, lo studio MK-3457-087/KEYNOTE-087, sta valutando l'impiego di un altro inibitore di un checkpoint immunitario, pembrolizumab, nei pazienti con linfoma di Hodgkin. Il trial è tuttora in corso, ma i dati non sono ancora disponibili.

A. Engert. et al. Checkmate 205: a phase 2 study of nivolumab in patients with classical Hodgkin lymphoma following autologous stem cell transplantation and brentuximab vedotin. EHA 2016; abstract S793.
leggi