Linfoma diffuso a grandi cellule B, delude l'aggiunta di obinutuzumab al regime CHOP

L'aggiunta dell'anticorpo monoclonale anti-CD20 obinutuzumab al regime chemioterapico CHOP (costituito da ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisone) non ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), non trattati in precedenza, rispetto al regime standard rappresentato da rituximab più CHOP nello studio di fase 3 GOYA. Non è stato quindi centrato l'endpoint primario dello studio e ne dà notizia Genentech, responsabile dello sviluppo del farmaco, con un comunicato stampa.

L’aggiunta dell’anticorpo monoclonale anti-CD20 obinutuzumab al regime chemioterapico CHOP (costituito da ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisone) non ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), non trattati in precedenza, rispetto al regime standard rappresentato da rituximab più CHOP nello studio di  fase 3 GOYA. Non è stato quindi centrato l’endpoint primario dello studio e ne dà notizia Genentech, responsabile dello sviluppo del farmaco, con un comunicato stampa.

I dati completi del trial, fa sapere l’azienda, saranno presentati in uno dei prossimi congressi del settore. Inoltre, afferma nella nota Sandra Horning, chief medical officer e responsabile dello sviluppo globale dei prodotti di Genentech, “continueremo ad analizzare i dati dello studio per comprendere meglio i risultati e a  studiare altri trattamenti sperimentali per questa malattia, con l'obiettivo di aiutare ulteriormente questi pazienti".

Lo studio GOYA, condotto in collaborazione con la Fondazione Italiana Linfomi, è un trial multicentrico randomizzato, in aperto, a due bracci, in cui si sono valutate l’efficacia e la sicurezza di obinutuzumab più la chemioterapia CHOP (regime G-CHOP) in confronto alla combinazione rituximab più CHOP (regime R-CHOP).  

Il trial ha coinvolto 1418 pazienti affetti da linfoma diffuso a grandi cellule B CD20-positivo, naïve al  trattamento. L'endpoint primario dello studio era la PFS valutata dagli sperimentatori, mentre fra gli endpoint secondari figuravano la PFS valutata da un comitato indipendente di revisori, la percentuale di risposta complessiva, la percentuale di risposta completa, la sopravvivenza globale, la sopravvivenza libera da malattia e il profilo di sicurezza. 

I profili di sicurezza dei due regimi, sono risultati coerenti con quelli riportati in precedenza in altri studi clinici, si legge nella nota di Genentech.

Obinutuzumab è attualmente indicato sia in Europa sia negli Stati Uniti, in combinazione con clorambucile, per il trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica non trattati in precedenza e in combinazione con bendamustina nei pazienti con linfoma follicolare refrattari a rituximab o recidivati dopo il trattamento con quest’anticorpo.

"Due studi precedenti avevano dimostrato che obinutuzumab può migliorare la sopravvivenza libera da progressione nei pazienti con linfoma follicolare o leucemia linfocitica cronica non trattati in precedenza rispettoa rituximab, quando ciascuno dei due anticorpi è combinato con la chemioterapia" spiega la Horning, nel comunicato di Genentech.

Il primo trial a confrontare direttamente obinutuzumab con rituximab è stato lo studio CLL11, in cui la combinazione di obinutuzumab più clorambucile ha mostrato di ridurre il rischio di progressione della malattia del 58% rispetto a rituximab più clorambucile in pazienti con leucemia linfatica cronica non trattati in precedenza (HR 0,42; IC al 95% 0,33-0,54; P < 0,0001). Tra i pazienti trattati con obinutuzumab, gli eventi avversi più comuni erano stati le reazioni all’infusione, leucopenia, piastrinopenia, riduzione del numero di globuli rossi, febbre, tosse, nausea e diarrea.

Sulla base dei dati di questo studio, prima la Food and Drug Administration (Fda) e poi la European Medicines Agency (Ema) hanno approvato obinutuzumab in aggiunta a clorambucile come terapia di prima linea per i pazienti con leucemia linfatica cronica.

Il secondo trial nel quale obinutuzumab aggiunto alla chemio, come terapia di prima linea, ha dimostrato di migliorare la PFS rispetto al regime R-CHOP è stato lo studio di fase III GALLIUM, su pazienti affetti da linfoma follicolare.

Questo trial ha coinvolto 1401 pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin indolente naive al trattamento, di cui 1202 con un linfoma follicolare. I partecipanti sono stati assegnati al trattamento con obinutuzumab più la chemioterapia, seguito dal solo obinutuzumab (per un periodo massimo di 2 anni), oppure con rituximab più chemioterapia, seguito dal solo rituximab (per un periodo massimo di 2 anni). I regimi chemioterapici utilizzati erano stati CHOP, CVP, o bendamustina, a discrezione degli sperimentatori di ciascun centro partecipante.

Quando i risultati positivi di questo studio sono stati annunciati, nel maggio scorso, Genentech ha riferito che i dati sarebbero stati presentati in uno dei prossimi congressi e che l’azienda avrebbe avviato i colloqui con le autorità regolatorie per chiedere l’ampliamento delle indicazioni di obinutuzumab.

Nel febbraio scorso, l’Fda ha dato il suo ok, seguita a fine aprile dal Chmp dell’Ema, a obinutuzumab in combinazione con bendamustina, seguiti dal solo obinutuzumab, per il trattamento di pazienti con linfoma follicolare refrattari a rituximab o che recidivano dopo un trattamento contenente quest’anticorpo.

L'approvazione si è basata sui risultati  studio di fase III GADOLIN, nel quale obinutuzumab più bendamustina, seguito da una monoterapia con obinutuzumab, ha mostrato di ridurre il rischio di progressione della malattia del 52% rispetto alla sola bendamustina (HR 0,48; IC al 95% 0,34-0,68; P < 0,0001) in pazienti con linfoma follicolare progrediti durante o entro 6 mesi dalla terapia con rituximab.

Alessandra Terzaghi