L’anticorpo monoclonale anti-CD20 ofatumumab, aggiunto al regime chemioterapico DHAP, non ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla combinazione di rituximab con il regime DHAP nello studio ORCHARRD, un trial di fase III su pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) recidivato o refrattario.

Lo studio è un trial muticentrico randomizzato al quale hanno preso parte 447 pazienti con DLBCL CD20 positivo o un linfoma follicolare di grado 3b che avevano recidivato o si erano dimostrati refrattari al trattamento di prima linea con rituximab più chemioterapia.

I partecipanti sono stati trattati in rapporto 1:1 con ofatumumab o rituximab in associazione con il regime DHAP (costituito da desametasone, citarabina e cisplatino) per tre cicli. I pazienti che hanno risposto hanno poi fatto la chemioterapia ad alto dosaggio e il trapianto autologo di cellule staminali.

Nel complesso, i due trattamenti hanno mostrato un'efficacia e un profilo di eventi avversi simili. Nel braccio ofatumumab, tuttavia, si è registrato un tasso più alto di interruzioni e ritardi nella somministrazione rispetto al braccio rituximab, per lo più a causa di reazioni all'infusione e aumento della creatinina sierica.

I risultati del confronto testa a testa sono stati annunciati in un comunicato stampa diffuso da GlaxoSmithKline e Genmab, le due aziende che stanno sviluppando il farmaco in collaborazione. L’analisi dei dati è ancora in corso e i risultati completi del trial saranno presentati in uno dei prossimi congressi di settore.

Jan van de Winkel, Ceo di Genmab, riferisce nel comunicato che, sulla base dei risultati ottenuti, è improbabile che le due aziende facciano richiesta di approvazione di ofatumumab nel DLBCL recidivato o refrattario alle autorità regolatorie.

L’esito dello studio ORCHARRD è particolarmente deludente perché nello studio di fase II che lo aveva preceduto, il trattamento con ofatumumab più il regime ICE (ifosfamide, carboplatino ed etoposide) o il regime DHAP aveva dato risultati promettenti in 61 pazienti con DLBCL recidivato o refrattario o linfoma follicolare di grado 3b o linfoma follicolare trasformato. La percentuale di risposta complessiva (ORR) era stata del 61%, con un 37% di risposte complete.

Nei 26 pazienti valutabili trattati con il regime DHAP, l’ORR era stata del 69% contro 55% nei 33 trattati con il regime ICE. Inoltre, l’ORR è risultata del 67% nei 21 pazienti con DLBCL e i 27 con linfoma follicolare di grado 3b trattati con il regime DHAP contro 48% in quelli trattati con il regime ICE.

In quest’analisi, si era vista una correlazione tra la risposta alla terapia di prima linea e i risultati ottenuti in seconda linea con ofatumumab. Nei pazienti recidivati dopo una remissione di durata superiore all’anno dopo la terapia con rituximab, l'ORR era risultata dell'83%, con un 67% di risposte complete. Nei pazienti recidivati precocemente o con un tumore primario refrattario, l'ORR è era risultata, invece, del 55%, con un 30% di risposte complete.

Sia rituximab sia ofatumumab hanno come bersaglio la proteina CD20 espressa sulla superficie delle cellule B normali e maligne. I due farmaci inducono la morte cellulare attraverso una tossicità anticorpo-dipendente cellulo-mediata, una citotossicità dipendente dal complemento e l’apoptosi. Studi precedenti avevano suggerito che ofatumumab potesse essere un sostituto adatto di rituximab in diversi tumori ematologici, ma questa ipotesi è ancora tutta da confermare e, almeno per quanto riguarda il DLBCL, non sembra essere corretta, visti i risultati dello studio ORCHARD.

Ofatumumab è stato approvato la prima volta nel mese di ottobre 2009 per il trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica che non rispondono più alla chemioterapia. A metà aprile, tuttavia, la Food and Drug Administration ha approvato ofatumumab più clorambucile come terapia di prima linea per i pazienti con leucemia linfatica cronica nei quali la chemoterapia a base di fludarabina risulta inappropriata.