L’anticorpo anti-CD20 obinutuzumab ha migliorato le percentuali di risposta e ha mostrato un profilo di sicurezza accettabile rispetto a rituximab in pazienti con linfoma non Hodgkin indolente recidivato nello studio GAUSS, pubblicato di recente sul Journal of Clinical Oncology.

Tuttavia, la maggior percentuale di risposta non si è tradotta in un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione (PFS), ragion per cui il ruolo di obinutuzumab in questo setting non è ancora chiaro.

La qualità della remissione è stata migliore con obinutuzumab, con una percentuale di risposta completa/risposta completa non confermata superiore rispetto a quella ottenuta con rituximab (41,9% contro 22,7%; P = 0,006).

La migliore risposta complessiva, valutata da revisori indipendenti, è risultata significativamente superiore nel braccio trattato con obinutuzumab (P = 0,04), ma in quest’analisi la percentuale di risposta completa/risposta completa non confermata non ha mostrato differenze tra i due gruppi.

Lo studio ha coinvolto 175 pazienti con linfoma indolente recidivato CD20+ che in precedenza avevano risposto a un regime contenente rituximab. I partecipanti, arruolati in 74 centri di 15 Paesi, sono stati assegnati in rapporto 1: 1 al trattamento con quattro infusioni una volta alla settimana di obinutuzumab (1000 mg) o rituximab (375 mg/m2). Quelli che non mostravano segni di progressione della malattia dopo il completamento della terapia di induzione sono stati sottoposti a una terapia di mantenimento con obinutuzumab o rituximab ogni 2 mesi per un massimo di 2 anni.

Alla fine dell’induzione, la percentuale di risposta complessiva stimata dai ricercatori è risultata del 44,6% nel braccio obinutuzumab e 33,3% nel braccio rituximab (P = 0,08); 9 pazienti trattati con obinutuzumab (il 12,2%) e quattro trattati con rituximab (5,3%) hanno raggiunto una risposta completa o una risposta completa non confermata, ma la differenza tra i due gruppi non è risultata significativa (P = 0,07).

La percentuale di risposta complessiva calcolata dal gruppo di revisori indipendenti è risultata rispettivamente del 44,6% contro 26,7% (P = 0,01), ma senza differenze significative nella percentuale di risposta completa/risposta completa non confermata (5,4% contro 4%; P = 0,34).

Per lo più, gli eventi avversi sono stati simili nei due gruppi di trattamento e la maggior parte degli episodi sono stati di grado da 1 a 2. Tuttavia, nel gruppo trattato con obinutuzumab si è registrata un’incidenza più alta di reazioni correlate all'infusione rispetto al gruppo trattato con rituximab (74% contro 51%) e di tosse (24% contro 9%).

Ventisei pazienti (il 15% in ciascun braccio) hanno manifestato eventi avversi gravi e 18 del braccio obinutuzumab e 11 del braccio rituximab sono deceduti durante lo studio; di questi, 15 (di cui 10 nel braccio obinutuzumab e 5 nel braccio rituximab) sono morti a causa  della progressione della malattia.

A differenza di quanto visto nello studio GAUSS, nello studio di fase III CLL11 obinutuzumab ha portato a un miglioramento della PFS nei pazienti con linfoma non Hodgkin indolente. In questo trial, in particolare, la combinazione di obinutuzumab e clorambucile ha portato a un miglioramento senza precedenti della PFS rispetto alla combinazione rituximab più clorambucile come trattamento di prima linea per i pazienti con leucemia linfocitica cronica. Proprio sulla base dei dati di questo trial, la combinazione obinutuzumab più clorambucile è stata approvata dall’Fda come trattamento di prima linea per i pazienti affetti da questa forma di leucemia.

Nella loro conclusione, gli autori dello studio GAUSS propongono alcune possibili spiegazioni per le discrepanze tra i due trial in termini di PFS; tra queste, un beneficio limitato della monoterapia in una popolazione di pazienti recidivati e pesantemente pretrattati, e il potenziale effetto sinergico derivante dall’inserimento di obinutuzumab in un regime chemioimmunoterapico.

I ricercatori sperano di ottenere chiarezza dagli studi in corso GADOLIN e GALLIUM. I risultati ad interim dello studio GADOLIN, presentati nel giugno scorso a Chicago al congresso annuale dell'ASCO, hanno mostrato un raddoppio della PFS nei pazienti con linfoma non Hodgkin indolente recidivato e refrattario a rituximab trattati con obinutuzumab più bendamustina rispetto a quelli trattati con la sola bendamustina. Nello studio GALLIUM si sta, invece, confrontando la combinazione di obinutuzumab più la chemioterapia, seguita da una terapia di mantenimento con obinutuzumab, con la combinazione di rituximab più chemioterapia, seguita dal mantenimento con rituximab, in pazienti con linfoma non Hodgkin indolente non trattati in precedenza.

Alessandra Terzaghi

L.H. Sehn, et al. Randomized Phase II Trial Comparing Obinutuzumab (GA101) With Rituximab in Patients With Relapsed CD20+ Indolent B-Cell Non-Hodgkin Lymphoma: Final Analysis of the GAUSS Study. J Clin Oncol. 2015; doi:10.1200/JCO.2014.59.2139.