di Chiara Rusconi

Uno dei primi eventi organizzati dal Niguarda Cancer Center è il Simposio che avrà luogo il 14 e 15 marzo 2014, dedicato alle strategie terapeutiche innovative in Ematologia.

Mi è stato assegnato il complesso ma avvincente compito di offrire una panoramica sugli attuali standard di cura e sulle più recenti innovazioni terapeutiche per il linfoma mantellare, patologia poco frequente ma che negli ultimi anni si è conquistata un posto alla luce dei riflettori scientifici per spiccata sensibilità ad approcci terapeutici anche non chemioterapici.

Il linfoma mantellare è un raro istotipo di linfoma non Hodgkin, riconosciuto come entità distinta circa 20 anni fa; molto conosciamo ormai della catena di eventi fisiopatologici che sottendono alla malattia, a partire dal “marchio” biologico, la traslocazione tra il cromosoma 11 e il cromosoma 14, da cui origina il gene riarrangiato bcl-1 e l’over espressione della proteina ciclina D1. L’eccesso di ciclina D1 comporta una perdita di regolazione del ciclo cellulare, che si traduce in una patologica proliferazione di linfociti a partire dalla parte del tessuto linfonodale chiamata zona del mantello, in quanto avvolge il cuore del linfonodo, cioè il centro germinativo.

Nonostante una soddisfacente conoscenza della biologia della malattia, i risultati clinici ottenuti nei pazienti affetti da linfoma mantellare con i protocolli convenzionali di chemioterapia, spesso presi in prestito da istotipi più frequenti, sono stati a lungo deludenti. Ma da alcuni anni si è assistito ad un’inversione di tendenza: la cooperazione in reti nazionali e internazionali, a cui ha attivamente partecipato anche l’Ematologia di Niguarda, ha consentito di studiare ampie casistiche di pazienti con questa rara diagnosi, ideando ed applicando strategie terapeutiche ad hoc. Spesso le strategie impiegate nei trial hanno utilizzato nuove molecole, per lo più non chemioterapiche, che proprio in questo setting hanno dato risultati in termini di efficacia superiori all’atteso. In particolare, molecole come la lenalidomide, il bortezomib, il temsirolimus e, più recentemente, l’ibrutinib, hanno consentito di ottenere alti tassi di remissione e di sopravvivenza anche in pazienti già sottoposti a multiple linee di terapia.

Sicuramente la strada davanti a noi è ancora lunga e non priva di difficoltà: ad oggi nessuna terapia medica si è dimostrata in grado di guarire il linfoma mantellare. Penso però che dalla storia recente di questa patologia si possano trarre incoraggianti insegnamenti, quali l’irrinunciabilità della cooperazione multicentrica, il ruolo crescente delle terapie biologiche e la necessità di formulare programmi terapeutici sempre più personalizzati.

Venerdì 14 marzo rivedremo insieme le tappe della storia del linfoma mantellare, ex Cenerentola dell’Ematologia.