La sostituzione di vincristina con bortezomib nella terapia di prima linea per il linfoma a cellule del mantello consente un miglioramento sia delle percentuali di risposta sia della sopravvivenza libera da progressione (PFS). Lo dimostrano i risultati dello studio di fase III LYM-3002, pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine. Proprio su questo studio si basa il recente via libera al farmaco per quest’indicazione da parte dell’Ema, arrivato all’inizio di febbraio.

Tuttavia, segnalano gli autori, bortezomib è risultato anche associato a un aumento del rischio di tossicità ematologica rispetto al regime di confronto.

Lo studio, un trial randomizzato con controllo attivo e in aperto, coordinato da Tadeusz Robak, dell'Università di Lodz in Polonia, ha coinvolto 487 pazienti con linfoma mantellare di nuova diagnosi che non erano idonei al trapianto di cellule staminali. L’età media dei partecipanti era di 66 anni.

Gli autori hanno assegnato 244 pazienti al trattamento con 6-8 cicli di 21 giorni con il regime R-CHOP, (rituximab, ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisone), uno standard ampiamente utilizzato, e gli altri 243 pazienti al regime VR-CAP, che contiene gli stessi farmaci del regime R-CHOP a parte la sostituzione di vincristina con bortezomib.

Il follow-up è stato di 40 mesi.

Nel gruppo assegnato al regime VR-CAP si è ottenuto un prolungamento significativo della PFS mediana (che era l’endpoint primario dello studio) rispetto al regime di confronto, sia quando il parametro è stato valutato da un comitato di revisori indipendenti (24,7 mesi contro 14,4 mesi; HR = 0,63; IC al 95% 0,5-,79; P < 0,001) sia quando è stato valutato dagli sperimentatori (30,7 mesi contro 16,1 mesi; HR = 0,51; IC al 95% 0,41-0,65; P < 0,001).

Nel primo caso, l’incremento della PFS ottenuto nel gruppo sperimentale rappresenta un miglioramento relativo rispetto al gruppo di confronto pari al 59%, nel secondo caso un miglioramento del 96%.

Nel gruppo trattato con il regime a base di bortezomib si è osservato anche un miglioramento di tutti gli endpoint secondari, tra cui la percentuale di risposte complete (53% contro 42%), la durata mediana della risposta completa (42,1 mesi contro 18 mesi), la  mediana dell'intervallo libero da trattamento (40,6 mesi contro 20,5 mesi) e la sopravvivenza globale a 4 anni (64% contro 54%).

L’incidenza complessiva degli eventi avversi legati al farmaco è risultata simile nei due bracci (96% con il regime VR-PAC contro 93% con il regime R-CHOP) così come quella dei pazienti che hanno interrotto la terapia (8% contro 6%).

Tuttavia, la terapia a base di bortezomib è risultata gravata da una maggiore incidenza di neutropenia di qualsiasi grado (88% contro 74%), di neutropenia di grado 3 o superiore (85% contro 67%), di trombocitopenia di qualsiasi grado (72% contro 19% ) e di neutropenia di grado 3 o superiore (57% contro 6%).

"Con il regime VR-CAP si è osservato un prolungamento significativo della sopravvivenza libera da progressione e un miglioramento degli endpoint secondari di efficacia rispetto al regime R-CHOP,concludono Robak e i colleghi. Tuttavia, sottolineano, "questo miglioramento è stato accompagnato da un aumento della tossicità, prevalentemente ematologica".

T. Robak, et al. Bortezomib-Based Therapy for Newly Diagnosed Mantle-Cell Lymphoma. N Engl J Med. 2015; doi:10.1056/NEJMoa1412096.
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