I pazienti con linfoma recidivante o refrattario che devono fare una chemioterapia ad alte dosi come condizionamento in preparazione al trapianto autologo di cellule staminali, hanno outcome migliori aggiungendo alla chemio una radioimmunoterapia con ibritumomab tiuxetano marcato con ittrio-90 (Zevalin). Lo rivela uno studio randomizzato israeliano appena pubblicato online su Cancer e firmato come primo nome da Avichai Shimoni del Chaim Sheba Medical Center di Tel-Hashomer.

Con le terapie recenti oggi disponibili contro i linfomi aggressivi, il numero di recidive o di pazienti resistenti al trattamento si è ridotto. Tuttavia, coloro che recidivano sono più difficili da salvare e per questi pazienti sono necessari nuovi approcci terapeutici

Per questo, il team israeliano ha deciso di mettere alla prova l’immunoradioterapia con ibritumomab tiuxetano marcato con ittrio radioattivo in pazienti con linfoma aggressivo recidivato o refrattario al trattamento, valutandone sicurezza ed efficacia in aggiunta al regime chemioterapico BEAM, composto da carmustina (BiCNU), etoposide, citarabina (arabinoside) e melfalan. Allo studio hanno preso parte 43 pazienti trattati con la dose standard di ibritumomab tiuxetano in combinazione con il regime BEAM (Z-BEAM) o con il solo regime BEAM prima del trapianto di cellule staminali.

In tutti i partecipanti si è ottenuto l'attecchimento del trapianto primario, senza alcuna differenza tra i due gruppi nella cinetica di attecchimento.

La sopravvivenza libera da progressione (PFS) attuariale a 2 anni per l'intero campione è stata del 48% e si è osservato un trend non significativo verso una migliore PFS dopo il trattamento combinato chemio-radioimmunoterapico rispetto alla sola chemioterapia (59% contro 37%; P = 0,2).

Tra fattori di rischio indipendenti e significativi di prognosi infausta identificati dall’analisi multivariata rientravano l’età superiore ai 54 anni, una malattia ad alto rischio, scansioni Pet-Tac positive prima del trapianto di staminali e il trattamento con il solo regime BEAM.

Tra i pazienti con uno o due di questi fattori di rischio, la combinazione di chemio e radioimmunoterapia si è associata a una migliore PFS a 2 anni (69% contro 29%; P = 0,07), mentre i pazienti che non presentavano nessuno dei primi tre fattori di rischio sono andati bene a prescindere del trattamento ricevuto.

Nel complesso, la sopravvivenza globale attuariale a 2 anni è risultata significativamente superiore nel gruppo sottoposto al trattamento combinato Z-BEAM che non in quello trattato solo con la chemio: 91% contro 62% (P = 0,05), dato attribuito in parte a migliori risposte di recupero dopo la ricaduta. Una differenza di sopravvivenza ancora superiore si è vista tra i pazienti con uno o due dei fattori di rischio sopra citati: 100% vs 63% (P = 0,008).

Sono tre le possibilità per utilizzare un radiofarmaco nel trapianto di cellule staminali autologhe: alla dose standard in combinazione con chemioterapia ad alte dosi, così come hanno fatto i ricercatori israeliani, con una dose aumentata aggiunta alla chemioterapia oppure ad alto dosaggio senza fare la chemioterapia prima del trapianto. Non ci sono evidenze che un approccio sia migliore di un altro e gli autori spiegano di aver scelto il primo semplicemente perché relativamente semplice e facile da somministrare, oltre che meno costoso rispetto agli altri.

Il team israeliano sta ora cercando di ampliare lo studio, coinvolgendo anche diversi centri degli Stati Uniti. L’obiettivo è quello di arrivare ad arruolare circa 160 pazienti al fine di avere la potenza statistica sufficiente per poter trarre conclusioni definitive in merito all’efficacia di questo approccio, la cui sicurezza è già stata dimostrata da diversi studi di fase II."

A. Shimoni, et al. A randomized study comparing yttrium-90 ibritumomab tiuxetan (Zevalin) and high-dose BEAM chemotherapy versus BEAM alone as the conditioning regimen before autologous stem cell transplantation in patients with aggressive lymphoma. Cancer 2012. DOI: 10.1002/cncr.27418
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