Linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B, pembrolizumab promettente come terapia di salvataggio nei pazienti ricaduti/refrattari

Oncologia-Ematologia

I pazienti con linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B (PMBCL) ricaduti/refrattari hanno poche opzioni terapeutiche valide a disposizione, ma pembrolizumab potrebbe essere una di queste. A suggerirlo č un'analisi ad interim dello studio di fase II KEYNOTE-170, presentata di recente a Lugano alla 13ma International Conference on Malignant Lymphoma.

I pazienti con linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B (PMBCL) ricaduti/refrattari hanno poche opzioni terapeutiche valide a disposizione, ma pembrolizumab potrebbe essere una di queste. A suggerirlo è un’analisi ad interim dello studio di fase II KEYNOTE-170, presentata di recente a Lugano alla 13ma International Conference on Malignant Lymphoma.

Secondo quest’analisi, sei pazienti su 10 con PMBCL ricaduti/refrattari nei quali il trapianto autologo di cellule staminali non aveva avuto successo hanno risposto alla terapia di salvataggio con pembrolizumab e tre hanno mostrato una risposta completa (CR) mentre gli altri tre una risposta parziale (PR).

"Nei pazienti con linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule B ricaduto/refrattario della nostra casistica, compresi quelli fortemente pretrattati, pembrolizumab ha mostrato un'attività antitumorale promettente, stando a questi dati preliminari di fase II, e un profilo di sicurezza gestibile" ha dichiarato Pier Luigi Zinzani, dell'Università di Bologna, presentando i dati.

I risultati intermedi dello studio KEYNOTE-170, ha osservato il professore, sono simili a quelli osservati nello studio multi coorte KEYNOTE-013, condotto su pazienti con PMBCL o altre malattie ematologiche.

Sebbene i regimi di chemioterapia citotossici standard siano curativi in circa l'80% dei pazienti con PMBCL, quelli con malattia recidivata/refrattaria hanno una prognosi sfavorevole e poche opzioni terapeutiche a disposizione.

Il razionale per l'utilizzo di un inibitore del chekpoint immunitario PD-1 come pembrolizumab risiede nel fatto che i pazienti con PMBCL spesso presentano amplificazioni e/o traslocazioni nel locus 9p24.1, le quali portano a una sovraespressione dei ligandi di PD-1: PD-L1 e PD -L2. Pembrolizumab blocca le interazioni fra PD-1 e i suoi ligandi.

Nella coorte di pazienti con PMBCL dello studio KEYNOTE-013, ha ricordato Zinzani, il tasso di risposta obiettiva (ORR) è risultato del 48% e quello di CR del 24%.

Gli sperimentatori di KEYNOTE 170 stanno tuttora arruolando pazienti adulti con PMBCL recidivato/refrattario non candidabili al trapianto allogenico dopo almeno due linee precedenti di terapia o che hanno avuto una ricaduta dopo un trapianto.

I partecipanti vengono trattati con pembrolizumab 200 mg ogni 3 settimane. Coloro che ottengono una risposta completa possono interrompere il trattamento dopo almeno 24 settimane di permanenza nello studio, mentre quelli che mostrano una risposta parziale o una stabilizzazione della malattia vengono trattati per 35 cicli o fino alla progressione della malattia o al manifestarsi di una tossicità intollerabile; quelli in progressione sospendono ma possono restare nello studio fino a quando la progressione non è confermata.

Le risposte vengono valutate mediante scansioni PET e TAC secondo i criteri dell’International Working Group del 2007.

Nei 29 pazienti in cui si poteva valutare l'efficacia al momento della presentazione dei dati, la migliore risposta (valutata mediante una revisione centralizzata in cieco) è stata del 41%; 12 pazienti hanno risposto, di cui quattro in modo completo e i restanti otto in modo parziale, mentre tre hanno ottenuto una stabilizzazione della malattia e otto hanno mostrato segni di progressione. Sei, invece, sono morti o hanno lasciato il trial prima della prima valutazione.
Nel complesso, 16 pazienti su 22 hanno ottenuto riduzioni delle lesioni target e in tutti, tranne uno, la riduzione è stata di oltre il 50%.

Dopo un follow-up mediano di 6,6 mesi, 10 pazienti stavano ancora rispondendo. Il tempo mediano di risposta è stato di 2,9 mesi, mentre la durata mediana della risposta non è stata raggiunta.

Dei 10 pazienti nei quali il trapianto non aveva funzionato, tre hanno ottenuto una CR e tre una PR, mentre nei 19 pazienti non candidabili alla procedura, uno ha mostrato una CR e cinque una PR.

L'analisi di sicurezza provvisoria è stata fatta su 49 pazienti. In questo gruppo, ha detto Zinzanni, solo un paziente ha interrotto il trattamento a causa di eventi avversi. Sono stati riportati 26 eventi avversi correlati al trattamento, ma non c’è stato nessun decesso correlato al farmaco.
Gli eventi avversi più frequenti sono stati la neutropenia, l'astenia, l'ipotiroidismo e la piressia.