Melanoma avanzato, nivolumab migliora la percentuale di risposte, ma non la sopravvivenza

I pazienti con melanoma avanzato trattati con nivolumab hanno mostrato una percentuale di risposte più alta e risposte più durature rispetto alla chemioterapia scelta dagli sperimentatori, ma questi aumenti non si sono tradotti in migliori risultati di sopravvivenza nello studio randomizzato CheckMate 037, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.

I pazienti con melanoma avanzato trattati con nivolumab hanno mostrato una percentuale di risposte più alta e risposte più durature rispetto alla chemioterapia scelta dagli sperimentatori, ma questi aumenti non si sono tradotti in migliori risultati di sopravvivenza nello studio randomizzato CheckMate 037, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.

"Il risultato della sopravvivenza globale potrebbe essere stato influenzato dall'aumento della percentuale di abbandoni prima del trattamento e da un aumento della terapia sistemica ricevuta dopo la terapia assegnata nel gruppo trattato con la chemioterapia scelta dai ricercatori, nonché da una percentuale maggiore di pazienti con fattori prognostici sfavorevoli nel gruppo nivolumab" scrivono gli autori, guidati da James Larkin, della Royal Marsden NHS Foundation Trust, per spiegare l’insuccesso del farmaco nel migliorare gli outcome di sopravvivenza.

"Nonostante l’assenza di vantaggio sul fronte della sopravvivenza, nivolumab rimane un'opzione efficace per i pazienti naïve agli inibitori di PD-1 già trattati senza successo con ipilimumab e con un inibitore di BRAF, se portatori del gene mutato".

Larkin e i colleghi spiegano nell’introduzione del lavoro che servono più opzioni terapeutiche per i pazienti con melanoma avanzato in cui il tumore ha progredito nonostante un trattamento con ipilimumab o un inibitore di BRAF. Nivolumab e un altro inibitore di PD-1, pembrolizumab, hanno dimostrato di essere più efficaci di ipilimumab nei pazienti con melanoma metastatico.

Nella pubblicazione appena uscita, i ricercatori riportano i risultati aggiornati dello studio CheckMate 063, che ha già mostrato in precedenza come nei pazienti trattati con nivolumab si ottenga una percentuale di risposta obiettiva superiore rispetto a quelli trattati con la chemioterapia. In questo articolo vengono presentati i risultati di sopravvivenza globale (OS, uno degli endpoint primari del trial) e i risultati aggiornati relativi alla percentuale di risposta obiettiva (ORR), alla sopravvivenza libera da progressione (PFS) e alla sicurezza.

I 272 partecipanti sono stati assegnati casualmente e in rapporto 2: 1 al trattamento con nivolumab 3 mg/kg ogni 2 settimane o una chemioterapia scelta dallo sperimentatore (dacarbazina o carboplatino/paclitaxel).

Un maggior numero di pazienti nel gruppo assegnato alla chemioterapia scelta dagli sperimentatori non ha ricevuto il trattamento rispetto ai pazienti assegnati a nivolumab (23% contro 2%). Inoltre, più pazienti assegnati a nivolumab hanno sviluppato metastasi cerebrali (20% contro 14%) e mostrato un aumento dei livelli della lattico deidrogenasi (52% contro 38%). Il 48% dei pazienti nel braccio assegnato alla chemioterapia scelta dagli sperimentatori è stato trattato con agenti anti-PD-1 dopo l'assegnazione della terapia contro l'11% dei pazienti nel braccio assegnato a nivolumab.

Dopo un follow-up mediano di circa 2 anni, l’OS mediana è risultata di 15,7 mesi nel braccio trattato con nivolumab contro 14,4 mesi nel braccio trattato con la chemioterapia scelta dagli sperimentatori. Analogamente, non si è trovata alcuna differenza significativa fra i due bracci per quanto riguarda la PFS, che è risultata rispettivamente di 3,1 mesi contro 3,7 mesi

Invece, i pazienti assegnati all’anti PD-1 hanno mostrato un’ORR superiore (27% contro 10%) e una durata mediana della risposta maggiore (32 mesi contro 13) rispetto al braccio sottoposto alla chemioterapia.

Nella discussione, gli autori ricordano che lo standard di cura per il trattamento del melanoma si è evoluto da quando è iniziata la sperimentazione. Le attuali opzioni di prima linea comprendono la monoterapia con un anti-PD-1 (nivolumab o pembrolizumab) o la combinazione di un anti-PD-1 con l'anti-CTLA-4, "che rendendo obsoleta la monoterapia di prima linea con ipilimumab”.

"Anche se non si sono trovate differenze di sopravvivenza fra il trattamento con nivolumab e la chemioterapia scelta dagli sperimentatori, il trattamento con nivolumab dopo la progressione con ipilimumab con o senza un inibitore di BRAF si associa a percentuali di risposta più alte e risposte più durature" ribadiscono i ricercatori.

"Possono esserci ancor alcune situazioni che richiedono l'uso di ipilimumab come terapia di prima linea e nivolumab fornisce un'opzione più sicura e in grado di garantire una migliore qualità di vita nei pazienti trattati senza successo con terapie sistemiche precedenti rispetto alla chemioterapia citotossica" concludono Larkin e i colleghi.

J. Larkin, et al. Overall Survival in Patients With Advanced Melanoma Who Received Nivolumab Versus Investigator’s Choice Chemotherapy in CheckMate 037: A Randomized, Controlled, Open-Label Phase III Trial. J Clin Oncol. 2017; doi: 10.1200/JCO.2016.71.8023.
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