I risultati di uno studio di fase II appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, indicano che il trattamento per un solo mese con  mese interferone alfa -2b ad alte dosi in monoterapia per via endovenosa contro il melanoma non offre risultati migliori rispetto al regime di lunga durata, che resta quindi lo standard.

Sulla base di questi risultati , i ricercatori, guidati da Miranda J. Payne, dell’Oxford University Hospitals National Health Service Trust, concludono che non vale la pena proseguire con uno studio di fase III la sperimentazione sull’impiego di un regime di breve durata con interferone alfa-2b.

“Il trattamento con interferone ad alto dosaggio è approvato in Europa e negli Stati Uniti per il trattamento adiuvante dei pazienti con melanoma cutaneo asportato ad alto rischio di recidiva della malattia e ci sono dati positivi sufficienti affinché molti centri offrano il trattamento a pazienti selezionati” scrivono i ricercatori. "Tuttavia, marcate variazioni del dosaggio e della posologia dell’interferone alfa-2b impiegati negli studi clinici, aggiunte al fatto che ancora non si è compreso il suo meccanismo di azione, ha finora ostacolato una valutazione della sua efficacia”.

In questo studio di fase II, la Payne e i suoi collaboratori hanno assegnato in modo casuale un gruppo di pazienti con melanoma stadio IIB, IIC, IIIB e IIIC al trattamento quotidiano con interferone alfa-2b per via endovenosa 5 giorni alla settimana per 4 settimane (braccio A) o allo stesso regime seguito da un ulteriore trattamento con interferone alfa-2b per via sottocutanea tre volte alla settimana per 48 settimane (braccio B). Lo studio ha coinvolto 194 pazienti arruolati tra il 2003 e il 2009 che sono stati seguiti per una mediana di 39,5 mesi.

I risultati non hanno mostrato differenze significative negli outcome dei pazienti nei due bracci di trattamento. La sopravvivenza libera da recidiva è stata di 22,7 mesi nel gruppo assegnato al trattamento più breve con interferone alfa-2b per via endovenosa contro 33,3 mesi per i pazienti assegnati al trattamento convenzionale (P = 0,28) . Dopo 2 anni, la percentuale di pazienti non in recidiva è risultata del 50% nel braccio A contro il 54,1% nel braccio B.

Anche se lo studio non aveva la potenza statistica adeguata per mostrare una differenza di sopravvivenza, i risultati suggeriscono che un trattamento convenzionale a lungo termine con interferone alfa-2b è superiore a quello breve in termini di sopravvivenza globale (P = 0,05).

In un editoriale di accompagnamento, Grant A. McArthur, dell'Università di Melbourne, sottolinea che l'uso adiuvante di interferone alfa-2b varia a seconda dei Paesi, e che il trattamento con alte dosi e a lungo termine è prescritto più comunemente negli Stati Uniti e in Australia, mentre in Europa si usano dosaggi più bassi. Questa variazione dimostra che "l'efficacia dell'interferone alfa-2b nel trattamento adiuvante rimane nel complesso modesta, tanto che i medici sono riluttanti a utilizzare dosaggi e schedule associate a una tossicità sostanziale” scrive l’esperto

McArthur aggiunge poi che i farmaci mirati, come gli inibitori di BRAF e MEK, che si sono rivelati efficaci nella malattia avanzata, sono attualmente in fase di studio anche nel setting adiuvante e i risultati di questi trial sono molto attesi.

"Anche se i problemi di dosaggio e di schedule restano complessi, lo studio di Payne e colaboratori ci ricorda che il regime ad alto dosaggio rimane un’opzione valida per i pazienti ad alto rischio di sviluppare la malattia a distanza" scrive l’editorialista.

M.J. Payne, et al. Phase II Pilot Study of Intravenous High-Dose Interferon With or Without Maintenance Treatment in Melanoma at High Risk of Recurrence. J Clin Oncol 2013, doi: 10.1200/JCO.2013.49.8717.
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