E’ quasi raddoppiato il valore di borsa della biotech americana Geron dopo i dati positivi del farmaco sperimentale imetelstat in pazienti con mielofibrosi. I risultati, che verranno presentati tra poche settimane al congresso annuale dell’American Society of Hematology, evidenziano come il 22% dei 18 pazienti che hanno ricevuto il farmaco, un inibitore delle telomerasi, sia andato incontro a remissione completa della malattia e un paziente abbia avuto una remissione parziale.

Complessivamente, lo studio ha arruolato 33 pazienti con mielofibrosi di grado 2 (intermedio), su 18 dei quali sono già disponibili dati conclusivi. In questi primi 18 pazienti, complessivamente si è ottenuta una risposta nel 44 per cento (8/18) dei pazienti, considerando anche i tre pazienti nei quali si è osservato un miglioramento cinico.

In totale, 16 dei 18 pazienti sono rimasti in terapia per una mediana di 3,2 mesi con un drop out dovuto a decesso non correlato all’assunzione del farmaco e una progressione di malattia in un altro paziente.

I telomeri sono brevi sequenze di DNA che consentono di mantenere il controllo sul numero di divisioni a cui la cellula va incontro. Si tratta infatti di “cappucci” protettivi del DNA posti sugli estremi dei cromosomi: finché i telomeri sono più lunghi di un certo valore minimo, la cellula può continuare a dividersi. Ma i telomeri si accorciano a ogni divisione cellulare, e il processo cessa una volta che la loro lunghezza raggiunge tale minimo.

Nelle cellule cancerose, invece, la telomerasi consente la ricostituzione dei telomeri: la cellula non riceve mai l’input a fermare la divisione, diventando così immortale.

Imetelstat è il primo inibitore della telomerasi in fase clinica. La telomerasi è un bersaglio espresso in una moltitudine di tumori, il che renderebbe l’impiego del farmaco giustificato in diverse indicazioni, il che, come ho detto prima, sappiamo non essere vero nel caso di imetelstat.

I telomeri sono balzati agli onori della cronaca quando si è cominciato ad associarli all’invecchiamento, suggerendo l’ipotesi che si potesse agire sull’invecchiamento dell’intero organismo agendo su di essi. Finora è fantascienza, ma l’impiego in ambito terapeutico nel trattare i tumori è una questione piuttosto interessante.

Lo studio della Mayo Clinic misurerà l’efficacia del farmaco di Geron dal punto di vista del tasso di risposta, da quello della riduzione del volume della milza e dalla indipendenza di trasfusioni sia su pazienti JAKi naive che su precedentemente trattati. Ora, il trial in questione è in aperto ed è concepito in modo da modificare il disegno anche in relazione ai dosaggi di somministrazione del farmaco, il che significa che Geron può sapere come sta andando lo studio, giorno dopo giorno.

Alla luce di questi dati, ancorchè preliminari. Il farmaco potrebbe diventare un concorrente temibile per, ruxolitinib farmaco di Novartis approvati dall’Fda nel 2011 che agisce come JAK inibitore e che lo scorso anno ha registrato 136 milioni di dollari di vendite. Ruxolitinib ha dei buoni dati di tipo clinico ma non ha dimostrato di poter far regredire la malattia.

D’altro canto il farmaco non  ha dimostrato un’attività sui sintomi, in particolare sulla riduzione del volume della milza. A questo punto si potrebbe aprire la possibilità di un uso combinato dei due farmaci. Bisognerà vedere, per ora è del tutto prematuro dare giudizi definitivi. Aspettiamo perlomeno di vedere presentati i dati al congresso ASH che si terrà a New il 7-10 dicembre.