Mielofibrosi, finisce con un pareggio il confronto fra momelotinib e ruxolitinib

Sono stati resi noti i risultati di due studi condotti con momelotinib in pazienti con mielofibrosi in cui il farmaco sperimentale veniva confrontato con ruxolitinib che è l'attuale standard of care di questa grave neoplasia cronica che colpisce le cellule staminali del midollo osseo.

Con un comunicato dell'azienda produttrice, sono stati resi noti i risultati di due studi condotti con momelotinib in pazienti con mielofibrosi in cui il farmaco sperimentale veniva confrontato con ruxolitinib che è l’attuale standard of care di questa grave neoplasia cronica che colpisce le cellule staminali del midollo osseo. Momelotinib è un inibitore delle Janus Kinasi 1 e 2 entrato nella pipeline di Gilead Sciences nel 2013, con l’acquisizione della canadese YMI Biosciences.

Nello studio SIMPLIFY-1, momelotinib ha raggiunto l’end point primario di non inferiorità rispetto a ruxolitinib misurato con il numero di pazienti che raggiungeva una riduzione del volume della milza di almeno il 35% alla settimana 24 (SRR24; momelotinib 26,5%, ruxolitinib 29,0%).

Lo studio non ha però dimostrato la non inferiorità di momelotinib per quanto riguarda il controllo dei sintomi della malattia (TSS), che era un importante end point secondario del trial. Il 10% dei pazienti in momelotinb ha riportato una neuropatia periferica verso il 5% dei pazienti in ruxolitinib. L'endpoint TSS consiste nella percentuale di pazienti che hanno raggiunto almeno una riduzione del 50% dei sintomi, come valutato dal “Myeloproliferative Neoplasm Symptom Assessment Form Total Symptom Score diary”.

Nei pazienti trattati con momelotinib, rispetto al ruxolitinib sono stati osservati miglioramenti in tutti e tre gli endpoint secondari pre-specificati e anemia correlati: proporzione di pazienti trasfusione indipendenti o trasfusione dipendenti e tasso di trasfusione).

Nello studio SIMPLIFY 2, momelotinib non ha raggiunto l’end point primario di superiorità nei confronti della miglior terapia di confronto, in pazienti trattai in precedenza con ruxolitinib: SRR24 6,7% vs 5,8%. Il dato non deve sorprendere visto che nell’88% dei casi la miglior terapia di confronto era rappresentata sempre da ruxolitinib. Il 12% restante riceveva chemioterapia, corticosteroidi, o combinazioni di questi regimi.

Insomma, il confronto con ruxolitinib è finito con un sostanziale pareggio, senza però che momelotinib abbia potuto dimostrare concreti vantaggi nei confronti dello standard of care attuale.

L’azienda sottolinea il beneficio di momelotinib per quanto concerne l’anemia. "I risultati di entrambi gli studi SIMPLIFY 1 e 2 indicano che momelotinib fornisce qualche beneficio di trattamento, incluso il vantaggio sugli endpoint anemia correlati," afferma Norbert Bischofberger, vice presidente esecutivo di ricerca e sviluppo e direttore scientifico presso Gilead. "Abbiamo in programma di discutere questi risultati con le autorità regolatorie per stabilire i passi successivi”.

Cos'è la mielofibrosi
La mielofibrosi è una neoplasia mieloproliferativa cronica che colpisce le cellule staminali del midollo osseo dalle quali hanno origine le cellule del sangue. E’ una patologia rara (colpisce circa un individuo ogni 100mila) che determina la graduale comparsa nel midollo osseo di un tessuto fibroso che non gli consente più di funzionare correttamente, con una conseguente alterazione della produzione delle cellule del sangue. Con questa sostituzione di tessuti, si riduce ulteriormente la capacità produttiva del midollo osseo, quindi di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.

Queste alterazioni portano allo sviluppo delle principali caratteristiche cliniche del tumore, tra le quali la più frequente è l’ingrossamento della milza (splenomegalia) che interessa circa 8 pazienti su 10 e provoca gravi sintomi digestivi. In alcuni casi la milza è così ingrossata da occupare gran parte dell’addome fino a comprimere i polmoni e il rene. Nei casi più avanzati è necessaria la sua rimozione chirurgica (splenectomia).

Il gene JAK2 ha un ruolo fondamentale nella crescita e nella divisione delle cellule, specialmente di quelle staminali del sangue. Ciò spiega per quale motivo un suo malfunzionamento si ripercuota, in modo drammatico, sull'emopoiesi.

La scoperta del legame tra il gene JAK2 e la mielofibrosi è abbastanza recente e con ancora qualche punto in sospeso. Secondo i dati raccolti dai ricercatori, circa metà dei pazienti possiede una mutazione di JAK2; questa mutazione rende il gene JAK2 costantemente attivo e altera i rapporti tra le cellule mutate e quelle adiacenti.

Gli analisti stimano che il mercato della mielofibrosi salirà dai $545 milioni del 2015 per arrivare a un miliardo di dollari nel 2025.