I risultati di un paio di studi di fase II presentati all’ultimo congresso dell’American Society of Hematology indicano che l'aggiunta dell’immunomodulante pomalidomide ai regimi in uso per il trattamento del mieloma multiplo migliora gli outcome nei pazienti che hanno smesso di rispondere ai trattamenti precedenti.

Pomalidomide, un analogo della talidomide, è approvata da circa un paio d’anni sia in Europa sia negli Usa nel trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e refrattario, sottoposti ad almeno due precedenti terapie, comprendenti sia lenalidomide sia bortezomib, e con dimostrata progressione della malattia durante l’ultima terapia.

In uno studio di fase I/II, la combinazione di pomalidomide con bortezomib e desametasone è risultata molto efficace, con una percentuale di risposte confermate superiore all’80%, mentre in un secondo studio la combinazione di pomalidomide con ciclofosfamide e desametasone si è dimostrata superiore alla combinazione di pomalidomide e desametasone.

Il primo dei due studi presentato da Martha Q. Lacy, della Mayo Clinic di Rochester, ha coinvolto 50 pazienti trattati in precedenza con da una a quattro terapie (e una mediana di tre terapie ) e che non rispondevano a lenalidomide. L'età mediana dei partecipanti era di 66 anni, e il 51% era di sesso femminile. Il tempo mediano dalla diagnosi al momento dello studio è stato di 46 mesi e il 68% aveva fatto un trapianto di cellule staminali.

Nella fase I dello studio, 9 pazienti sono stati trattati con pomalidomide 4 mg nei giorni da 1 a 21, bortezomib 1 mg/m2 una volta alla settimana e desametasone 40 mg una volta alla settimana. Per sei pazienti, il dosaggio di bortezomib è stato aumentato a 1,3 mg/m2 e tale dosaggio è stato adottato per il gruppo più ampio di pazienti in fase II.

Dopo 9 mesi, il 72% dei pazienti non era in progressione, il 96% era ancora in vita e il 66% stava continuando la terapia.

Nei 42 pazienti che hanno potuto essere valutati, è stata osservata una risposta in 34 di essi, tra cui 9 degli 11 pazienti ad alto rischio. Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione mediana (PFS) è stata di 17,7 mesi.

Gli eventi avversi comuni sono risultati l’anemia, l’affaticamento, la leucopenia e la trombocitopenia, nella maggior parte dei casi di grado 1-2.

Gli eventi avversi di grado 3 o superiore sono stati neutropenia, leucopenia, infezione polmonare, linfopenia, dispnea e sincope, e in un paziente si è verificata embolia polmonare.

Il secondo studio, di fase II, ha coinvolto 70 pazienti assegnati in modo casuale al trattamento con la combinazione di pomalidomide e desametasone oppure con la stessa combinazione più ciclofosfamide. L’età media dei partecipanti era di 63 anni nel primo braccio e 64 nel secondo.

Il dosaggio del desametasone è stato aggiustato in base all’età dei partecipanti e i pazienti assegnati al braccio non trattato con ciclofosfamide potevano passare a quello trattato con ciclofosfamide se la malattia progrediva.

In uno studio precedente, pomalidomide più desametasone ha portato a una percentuale di risposta complessiva (ORR) del 33% e la PFS mediana di 4,2 mesi in pazienti trattati precedentemente con bortezomib e lenalidomide.

Dopo un follow-up mediano di 15 mesi, l’ORR (risposta parziale o superiore) nel gruppo trattato con pomalidomide e desametasone è stata del 39% e del 65% in quello trattato in aggiunta con ciclofosfamide, mentre il beneficio clinico (definito come una risposta minima o superiore) è stato rispettivamente del 64% e 79% e la PFS mediana rispettivamente di 4,4 mesi contro 9,2 mesi.

Gli eventi avversi di grado 3/4 sono risultati più frequenti nei pazienti trattati con ciclofosfamide, anche se la differenza rispetto all’altro gruppo non è risultata statisticamente significativa.

Anche se lo studio si è concluso nel marzo 2014, gli autori hanno riferito che a luglio 2014, 28 dei 70 pazienti della coorte originaria erano deceduti; di questi, 16 nel braccio trattato inizialmente solo con pomalidomide e desametasone e 12 nel braccio assegnato fin dall’inizio al trattamento con ciclofosfamide. Da segnalare che, durante lo studio, 13 pazienti sono passati dal primo braccio al secondo.