Mieloma multiplo, mantenimento con lenalidomide allunga la vita dopo il trapianto

Una terapia di mantenimento con lenalidomide dopo il trapianto autologo di cellule staminali prolunga in modo significativo la sopravvivenza globale (OS) nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi, anche quelli che hanno avuto una risposta completa dopo il trapianto. A rivelarlo è una metanalisi appena presentata al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), a Chicago.

Una terapia di mantenimento con lenalidomide dopo il trapianto autologo di cellule staminali prolunga in modo significativo la sopravvivenza globale (OS) nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi, anche quelli che hanno avuto una risposta completa dopo il trapianto. A rivelarlo è una metanalisi appena presentata al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), a Chicago.

I dati, presentati da Philip L. McCarthy, del Roswell Park Cancer Institute di Buffalo, hanno dimostrato che il mantenimento con lenalidomide ha comportato un miglioramento stimato di 2,5 anni della sopravvivenza globale (OS) mediana, il che significa, ha detto l’autore, che "il mantenimento con lenalidomide è fattibile per il controllo a lungo termine della malattia dopo il trapianto autologo di cellule staminali".

Il trapianto autologo di staminali, ha ricordato McCarthy, è il trattamento standard per i pazienti ‘fit’, cioè quelli sufficientemente giovani e in buone condizioni generali, con mieloma multiplo di nuova diagnosi; tuttavia, la maggior parte di coloro che si sottopongono al trapianto, perfino quelli che raggiungono una risposta completa, finisce per avere una ricaduta o una progressione della malattia.

Studi precedenti hanno dimostrato che il mantenimento con lenalidomide dopo il trapianto può ridurre il rischio di progressione della malattia o di decesso di circa il 50%, ma nessuno di questi trial era progettato per valutare l’OS come endpoint primario.

Con questa metanalisi, McCarthy e i colleghi hanno provato a valutato se il mantenimento con lenalidomide post-trapianto avesse un qualche effetto sull’OS. La metanalisi ha incluso tre studi randomizzati e controllati che hanno coinvolto in totale 1209 pazienti, di cui 605 assegnati al trattamento con lenalidomide 10 mg/die e 604 non sottoposti ad alcuna terapia di mantenimento dopo aver subito un trapianto autologo di cellule staminali.

Nello studio CALGB 100104, i partecipanti sono stati assegnati al trattamento con un placebo o al mantenimento con lenalidomide; dopo un’analisi ad interim eseguita nel dicembre 2009 si è eliminato il trattamento in cieco e i pazienti del gruppo placebo che mostravano una progressione della malattia sono stati autorizzati a passare al trattamento con lenalidomide.

Nello studio IFM 2005-02, tutti i pazienti sono stati sottoposti a una terapia di induzione con due cicli di lenalidomide e sono stati poi assegnati in modo casuale al trattamento con un placebo o al mantenimento con lenalidomide. L'analisi ad interim e l’eliminazione del trattamento in cieco hanno avuto luogo nel gennaio 2010, ma non è stato consentito alcun crossover ai pazienti del gruppo placebo che erano in progressione.

Infine, nello studio GIMEMA (RV-MM-PI-209) pazienti idonei al trapianto sono stati assegnati in modo casuale al consolidamento con melfalan seguito dal trapianto o da 6 cicli di chemioterapia più lenalidomide. Il trattamento di mantenimento è stato continuato fino alla progressione della malattia.

Anche se in tutti e tre gli studi lenalidomide avrebbe dovuto essere somministrata fino alla progressione della malattia, nei trial IFM 2005-02 e CALGB 100104 è stato diagnosticato un secondo tumore maligno primario alla fine del 2010. Nello studio IFM 2005-02 gli autori hanno deciso di interrompere il mantenimento con lenalidomide, mentre nei trial CALGB 100104 e GIMEMA (RV-MM-PI-209) si è scelto di continuare il mantenimento.

Dopo un follow-up mediano di 80 mesi, l’OS mediana non è stata raggiunta nel gruppo sottoposto al mantenimento con lenalidomide ed è risultata di 86 mesi nel braccio di controllo, differenza che equivale a una riduzione di circa il 26% del rischio di decesso (HR 0,74; IC al 95% 0,62 -0,89), pari a un incremento stimato di 2,5 anni della sopravvivenza mediana.

Inoltre, l’OS è risultata superiore nel gruppo sottoposto al mantenimento con lenalidomide rispetto al gruppo di controllo sia a 5 anni (71% contro 66%) sia a 6 anni (65% contro 58%) sia a 7 anni (62% contro 50%) ha riferito McCarthy.

Da segnalare che i pazienti assegnati al mantenimento con lenalidomide hanno mostrato un aumento dell’incidenza cumulativa di tumori primari e secondari sia per quanto riguarda le neoplasie ematologiche (HR 2,03; P = 0,015) sia per quanto riguarda i tumori solidi (HR 1,71; P = 0,032). Tuttavia, nella sua conclusione, McCarthy ha sottolineato che il beneficio in termini di OS offerto dal mantenimento con lenalidomide è superiore al rischio di sviluppare un secondo tumore primario maligno e che il mantenimento con lenalidomide dopo il trapianto può essere considerato uno standard di cura.

L’autore ha anche riferito che non c'era eterogeneità qualitativa tra gli studi inclusi nella metanalisi; tuttavia, c'era un eterogeneità quantitativa, legata principalmente alla differenza di entità dell'effetto del trattamento soprattutto tra gli studi CALGB 100104 e FMI2005-02. Tra le possibili ragioni di questa eterogeneità, ha spiegato McCarthy, ci sono un possibile squilibrio delle caratteristiche basali tra i bracci di trattamento all'interno dei singoli studi, differenze nei regimi di induzione, differenze nella conduzione dello studio dopo che è stato tolto il cieco e differenze nella frequenza e nel tipo di terapia di seconda linea.

M. Attal, et al. Lenalidomide (LEN) maintenance (MNTC) after high-dose melphalan and autologous stem cell transplant (ASCT) in multiple myeloma (MM): A meta-analysis (MA) of overall survival (OS). J Clin Oncol 34, 2016 (suppl; abstr 8001).
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