In pazienti con mieloma multiplo recidivato, la combinazione di carfilzomib, lenalidomide e desametasone a basso dosaggio può prolungare la sopravvivenza libera da progressione (PFS) di 8,7 mesi rispetto ai soli lenalidomide e desametasone. È questo il risultato principale dello studio di fase III ASPIRE, annunciato da Amgen e dalla sua controllata Onyx con un comunicato stampa.

In un'analisi ad interim, infatti, la PFS mediana è risultata di 26,3 mesi nel braccio trattato con l’inibitore del proteasoma carfilzomib contro 17,6 mesi nel braccio di controllo (HR 0,69; IC al IC 95% 0,57-0,83; P < 0,0001).

Lo studio è stato condotto su 792 pazienti con mieloma multiplo arruolati in oltre 100 centri situati in Nordamerica, Europa ed Israele, e già sottoposti ad almeno una precedente terapia (ma non più di tre) e trattati con lenalidomide e desametasone a basso dosaggio, con o senza carfilzomib.

L’arruolamento si è concluso nel mese di febbraio 2012 e quando è stata effettuata l'analisi ad interim non era stato ancora raggiunto il numero di eventi necessari per un’analisi completa della sopravvivenza globale (OS). Nel gruppo trattato con carfilzomib, gli autori hanno trovato una tendenza verso un miglioramento anche dell’OS, ma la differenza con il gruppo di controllo non è apparsa statisticamente significativa. I risultati relativi alla sicurezza sono apparsi in linea con quelli emersi negli studi precedenti.

I risultati completi dello studio dovrebbero essere presentati al congresso dell’American Society of Hematology, in programma agli inizi di dicembre a San Francisco, e sono importanti per almeno due ragioni.

Innanzitutto, consentiranno ad Amgen di presentare la domanda di approvazione di carfilzomib come trattamento per il mieloma multiplo in Europa e anche negli altri Paesi del mondo in cui il farmaco non è ancora approvato. Nel comunicato, l’azienda rende noto di voler iniziare a sottoporre la richiesta nella prima metà del 2015. “Questa tempistica dovrebbe consentire un’approvazione in Europa, per esempio, verso la fine del 2015 o l’inizio del 2016”.

In secondo luogo, i primi risultati del trial forniscono ulteriori evidenze che la combinazione di carfilzomib lenalidomide e desametasone è un regime molto attivo contro il mieloma multiplo,.

"Nei pazienti con mieloma multiplo, i periodi di remissione diventano sempre più brevi dopo ogni regime di trattamento, il che evidenzia la necessità di nuove opzioni” e “i risultati dello studio ASPIRE dimostrano che carfilzomib può prolungare in modo significativo la sopravvivenza senza progressione” afferma Pablo J. Cagnoni, presidente di Onyx Pharmaceuticals, nel comunicato. "La capacità di terapie innovative di ottenere risposte profonde e durature potrebbe, un giorno, trasformare questa neoplasia fatale in una malattia cronica e gestibile”.

Lo studio ASPIRE è stato preceduto da una uno studio di fase I/II di escalation del dosaggio che ha valutato la combinazione di carfilzomib, lenalidomide e desametasone in pazienti con mieloma multiplo recidivato e/o refrattario. In questo studio, la dose massima prevista per carfilzomib era di 20 mg/m2 nei giorni 1 e 2 del primo ciclo seguita da 27 mg/m 2 per i cicli successivi, mentre lenalidomide e desametasone a basso dosaggio sono stati somministrati alle dosi standard. Questa stessa posologia è stata utilizzata nello studio ASPIRE.

Stano ai risultati dello studio di fase I/II presentati al congresso ASCO dello scorso anno, con il dosaggio massimo previsto di carfilzomib la percentuale di risposta complessiva nei pazienti trattati con la combinazione di carfilzomib è stata del 76,9%, con una durata mediana di 22,1 mesi, mentre la PFS mediana è risultata di 15,4 mesi.

I più comuni eventi avversi di grado 3-4 sono risultati la neutropenia (23%), la trombocitopenia (15%), l’anemia (15%), l’ipofosfatemia (13%), l’affaticamento (12%), l’iperglicemia (8%), la linfopenia (8% ), l’iponatriemia (6%), la diarrea (6%) e la polmonite (6%).

Sergio Giralt, del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, di si è detto “impressionato” dai risultati iniziali dello studio ASPIRE, al punto di chiedersi se questo regime possa diventare lo standard terapeutico per i pazienti recidivati.

Tuttavia, l’esperto ha detto di ritenere importante capire meglio quali pazienti siano stati inclusi nello studio e quali siano quelli che hanno risposto al regime sperimentale. Inoltre, ha detto, “è una questione ancora aperta "se l'obiettivo della prima terapia di salvataggio debba essere la profondità della risposta”.