Il regime basato su bortezomib, ciclofosfamide e desametasone (VCD) è risultato non solo non inferiore, ma addirittura preferibile a quello a base di bortezomib, doxorubicina e desametasone (PAD) come terapia di induzione per i pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi candidabili al trapianto. Lo dimostra uno studio multicentrico di fase III, lo studio MM5 opera del German-speaking Myeloma Multicenter Group (GMMG), un trial randomizzato, in aperto, pubblicato di recente sulla rivista Leukemia.

La terapia di induzione seguita da un trattamento con melfalan ad alto dosaggio e dal trapianto autologo di cellule staminali è lo standard per i pazienti con mieloma multiplo sufficientemente giovani, spiegano gli autori nell’introduzione.

Per l’induzione, regimi a base di bortezomib e desametasone vengono comunemente combinati con agenti citotossici come la doxorubicina o la ciclofosfamide oppure con farmaci immunomodulatori come talidomide o lenalidomide, aggiungono i ricercatori del GMMG.

La superiorità dei regimi di induzione contenenti bortezomib rispetto a quelli non contenenti i nuovi agenti è stata dimostrata in diversi studi di fase III. Tuttavia, finora non erano mai stati fatti trial di fase III in cui sia stato valutato se è meglio doxorubicina o ciclofosfamide come aggiunta a bortezomib più desametasone.

Per colmare questa lacuna, il gruppo tedesco ha arruolato 504 pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi idonei al trapianto e li ha sottoposti al regime VCD oppure al regime PAD come terapia di induzione.

Il 37% dei pazienti nel gruppo VCD ha raggiunto una risposta parziale molto buona o migliore contro il 34,3% dei pazienti nel gruppo PAD (P = 0,001) e le percentuali di progressione della malattia sono risultate rispettivamente dello 0,4% e 4,8%. (P = 0,003).

Nei pazienti che presentavano almeno un’anomalia genetica associata a un outcome sfavorevole (per esempio la delezione del17p) nessuno del gruppo sottoposto al regime VCD ha mostrato una progressione della malattia contro il 6,2% dei pazienti del gruppo trattato con il regime PAD (P = 0,01).

Inoltre, anche nei pazienti con funzionalità renale alterata (creatinina sierica ≥ 2 mg/dl) nessuno del gruppo sottoposto al regime VCD ha mostrato una progressione della malattia contro il 10,8% dei pazienti nel gruppo sottoposto al regime di confronto (P = 0,05).

Stratificando poi i pazienti in base allo stadio ISS, i ricercatori hanno trovato percentuali di progressione ancora una volta significativamente inferiori nel gruppo trattato con il regime VCD (1,3% contro 9,7%, P = 0,03).

Il regime contenente ciclofosfamide è risultato nel complesso preferibile a quello contenente ciclofosfamide anche per quanto riguarda la sicurezza. Infatti, sia gli eventi avversi gravi sia quelli relativi a eventi tromboembolici sono stati più frequenti nel gruppo sottoposto al regime PAD (32,7% contro 24,0% con P = 0,04 e 2,8% contro 0,4% con P = 0,04). Anche la neuropatia di grado superiore al 2 ha avuto un’incidenza maggiore nel gruppo PAD (14,9% contro 8,4%, P = 0,03), mentre la leucocitopenia e la neutropenia di grado superiore al 3 sono state più frequenti nel gruppo VCD (35,2% contro 11,3%, P<0.001).

Alla luce di questi dati, gli autori concludono che il regime VCD è efficace almeno quanto il regime PAD e ha un profilo di tossicità più favorevole.

“Il regime VCD può quindi essere considerato uno standard per la terapia di induzione nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi da sottoporre al trapianto e si raccomanda di preferirlo al regime PAD” concludono i ricercatori del GMMG.

Alessandra Terzaghi

E K Mai, et al. Phase III trial of bortezomib, cyclophosphamide and dexamethasone (VCD) versus bortezomib, doxorubicin and dexamethasone (PAd) in newly diagnosed myeloma. Leukemia 2015; doi:10.1038/leu.2015.80.
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