Mieloma multiplo, trapianto autologo di staminali si conferma lo standard per il paziente giovane di nuova diagnosi

Il trattamento upfront con melfalan seguito dal trapianto autologo di cellule staminali dovrebbe essere l'approccio di trattamento standard per i pazienti pių giovani con mieloma multiplo di nuova diagnosi. A confermarlo č un'analisi dei dati aggregati di due studi randomizzati di fase III, RV-MM-209 ed EMN-441, pubblicata di recente su Leukemia.

Il trattamento upfront con melfalan seguito dal trapianto autologo di cellule staminali dovrebbe essere l'approccio di trattamento standard per i pazienti più giovani con mieloma multiplo di nuova diagnosi. A confermarlo è un'analisi dei dati aggregati di due studi randomizzati di fase III, RV-MM-209 ed EMN-441, pubblicata di recente su Leukemia.

Infatti, i pazienti sottoposti al trapianto upfront hanno mostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione 1 (PFS1), della PFS2 e della sopravvivenza globale (OS) rispetto a quelli trattati con la chemioterapia più lenalidomide.

Negli studi RV-MM-209 ed EMN-441 268 pazienti sono stati assegnati in modo casuale a due cicli di melfalan 200 mg/m2 (MEL200) seguiti dal trapianto autologo di staminali (MEL200-ASCT) e 261 alla chemioterapia più lenalidomide.

"Il miglioramento impressionante della sopravvivenza ottenuto con i nuovi agenti (talidomide, bortezomib e lenalidomide) più la chemioterapia nel setting dei pazienti non sottoposti al trapianto ha portato i medici a ipotizzare che il mieloma multiplo potrebbe essere gestito senza la terapia ad alte dosi o che la terapia ad alte dosi potrebbe essere un valido approccio di salvataggio" scrivono i ricercatori, guidati da Francesca Gay, dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. "Quest’analisi combinata degli studi RV-MM-209 e EMN-441 ha dimostrato che MEL200-ASCT ha prolungato significativamente la PFS1 mediana di 18 mesi rispetto alla chemioterapia più lenalidomide" aggiungono gli autori.

La PFS1 mediana è risultata, infatti, di 42 mesi nel gruppo trattato con melfalan più il trapianto autologo contro 24 mesi in quello trattato con la chemioterapia più lenalidomide (HR 0,53; P < 0,001). Inoltre, l’approccio trapiantologico di salvataggio alla prima ricaduta ha migliorato la PFS2 di circa il 20%; infatti, la PFS2 a 4 anni è risultata, rispettivamente, del 71% contro 54% (HR 0,53; P < 0,001).

"Il miglioramento della PFS2 suggerisce che la maggior parte del beneficio osservato durante la prima remissione è mantenuto dopo la ricaduta" osservano la Gay e i colleghi. "In alcuni casi, il trapianto autologo non può più essere una soluzione praticabile alla recidiva, e anche quando somministrato alla prima recidiva, non può dare un beneficio di sopravvivenza paragonabile a quello del trapianto upfront" aggiungono.

Il trattamento con melfalan più il trapianto ha migliorato in modo significativo anche l’OS a 4 anni, che è risultata dell’84% contro 70% con la chemioterapia più lenalidomide (HR 0,51; P < 0,001).

Da notare che questi miglioramenti di sopravvivenza sono stati osservati sia nei pazienti con prognosi favorevole sia in quelli a cattiva prognosi.

Nei due studi, poco più della metà (il 53%) dei pazienti che hanno recidivato dopo il trattamento con la chemioterapia più lenalidomide sono stati sottoposti a un trapianto autologo di salvataggio alla prima recidiva. Rispetto al trapianto di salvataggio, quello upfront ha mostrato di ridurre in modo significativo il rischio di decesso (HR 0,51; P = 0,007).

"Gli studi in corso in cui si sta valutando l'uso di bortezomib più lenalidomide o di melfalan e i prossimi con gli anticorpi monoclonali potrebbero aiutare a trarre conclusioni definitive sul ruolo e la tempistica del trapianto autologo di salvataggio” concludono la Gay e gli altri ricercatori.

F. Gay, et al. Autologous transplant vs oral chemotherapy and lenalidomide in newly diagnosed young myeloma patients: a pooled analysis. Leukemia 2016;doi:10.1038/leu.2016.381.
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