Mieloma multiplo, tripletta con daratumumab e carfilzomib riduce del 37% il rischio di progressione nei pazienti gią trattati. #ASH19


Gli ultimi dati diffusi al congresso annuale dell'American Society of Hematology confermano la possibilitą di impiego di daratumumab in diverse fasi della malattia: alla recidiva con lo studio Candor, condotto su 466 pazienti con mieloma multiplo che avevano gią ricevuto da una a tre linee di terapia, che ha dimostrato che daratumumab, in aggiunta a carfilzomib e desametasone , riduce del 37% il rischio di progressione di malattia rispetto all'impiego di carflizomib e desametasone da soli, fino a raddoppiare il tasso di risposta completa al trattamento. 

Il primo anticorpo monoclonale disponibile dalla diagnosi come prima linea di trattamento, anche nei casi più complessi quando il mieloma multiplo è diventato resistente alle altre opzioni di terapia e ha già dato una o più recidive.

Gli ultimi dati diffusi al congresso annuale dell’American Society of Hematology confermano la possibilità di impiego di daratumumab in diverse fasi della malattia: alla recidiva con lo studio Candor, condotto su 466 pazienti con mieloma multiplo che avevano già ricevuto da una a tre linee di terapia, che ha dimostrato che daratumumab, in aggiunta a carfilzomib e desametasone , riduce del 37% il rischio di progressione di malattia rispetto all’impiego di carflizomib e desametasone da soli, fino a raddoppiare il tasso di risposta completa al trattamento.

Un risultato positivo che si aggiunge all’indicazione di daratumumab in prima linea, da poco approvata in Europa e attesa per il prossimo anno nel nostro Paese. L’ anticorpo monoclonale anti CD38 infatti, nello studio Maia, ha ridotto del 44% il rischio di progressione di malattia in pazienti non eleggibili al trapianto perché fragili o anziani. Anche nello studio Alcyone, ad un follow up mediano di più di 3 anni, l’aggiunta di Daratumumab alla tripletta VMP prolunga sia la sopravvivenza libera da progressione (PFS) che la sopravvivenza globale (OS) dei pazienti rispetto alla sola tripletta, con una riduzione del rischio progressione pari al 58% ed una riduzione del rischio di morte del 40%. Daratumumab è quindi il primo anticorpo monoclonale approvato per l’utilizzo in prima linea: totalmente umano, ha un meccanismo d’azione unico rispetto agli altri farmaci utilizzati sinora, inclusi gli inibitori del proteosoma e gli agenti immunomodulanti, perché ha un’azione diretta verso le cellule tumorali ma anche un’azione immuno-mediata e immuno-modulante che potenzia il sistema immunitario contro il tumore.

“I risultati dello studio Candor appena presentato all’ASH – spiega Mario Boccadoro, direttore Unità Operativa di Ematologia dell’Università di Torino – confermano daratumumab come un anticorpo monoclonale con un’ottima efficacia in qualsiasi fase di malattia. In questo studio è stato evidenziato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione di malattia anche in pazienti già sottoposti a diversi trattamenti e resistenti alle terapie precedenti. Questo successo terapeutico è stato osservato anche nello studio MAIA che ha coinvolto pazienti di nuova diagnosi non eleggibili al trapianto perché anziani o fragili. i dati dello studio hanno portato all’approvazione internazionale di daratumumab in prima linea con l’associazione con lenalidomide e desametasone. I pazienti non candidabili al trapianto, che rappresentano circa il 40% dei casi di mieloma multiplo, grazie a questa associazione possono ottenere un beneficio clinico analogo a quello ottenuto con il trapianto: un risultato mai osservato prima grazie a questo farmaco che negli ultimi 4 anni ha rivoluzionato la terapia del mieloma multiplo, ponendosi al primo posto nella lotta a questo tipo di tumore."

"Daratumumab infatti – conclude Boccadoro – ha dimostrato di essere un farmaco adattabile a tutti i profili di pazienti, fin dal momento della diagnosi: mantiene infatti la sua efficacia in diverse associazioni e gli ematologi hanno finalmente un’arma da poter utilizzare in tutte le fasi di trattamento della malattia, dalle più precoci a quelle più avanzate, in tutte le fasce d’età e anche in monoterapia”.

I nuovi dati dello studio Candor e Maia vanno ad aggiungersi a quelli degli altri 7 studi chiave (Cassiopeia, Columba, Alcyone, Pollux, Castor, Sirius e Gen501) che nell’arco di pochi anni hanno dimostrato l’efficacia di daratumumab in diverse situazioni cliniche.

“L’utilizzo in prima linea e nelle fasi precoci di malattia – aggiunge Michele Cavo, direttore dell’Istituto di Ematologia "Seràgnoli" dell’Università di Bologna – consente di massimizzare l’attività di daratumumab che, in queste condizioni, è in grado di interagire con un sistema immunitario del paziente maggiormente competente e meno compromesso. Ne sono dimostrazione i risultati dello studio ALCYONE riportati al congresso ASH ed ottenuti in pazienti non precedentemente trattati e non eleggibili a ricevere un trapianto autologo. Inoltre, daratumumab in combinazione con altri farmaci risulta essere molto efficace anche dopo la prima ricaduta della malattia. Gli studi Castor e Pollux, che hanno valutato gli effetti delle due diverse ‘triplette’ basate sull’associazione di daratumumab (con lenalidomide e desametasone o con bortezomib e desametasone in pazienti in recidiva, hanno provato che la terapia a 3 farmaci comprensiva di daratumumab riduce del 79% il rischio di progressione del mieloma nello studio Castor, e del 58% nello studio Pollux."

"Inoltre, è stata la prima volta – aggiunge Cavo – che si sono osservati dati di negativizzazione della minima malattia residua con tecniche di biologia molecolare in grado di riconoscere una singola cellula neoplastica nel contesto di 100.000 cellule normali in pazienti con mieloma multiplo ricaduto o refrattario. L’ennesimo ‘record’ per un farmaco che ha dimostrato di essere molto efficace anche come agente singolo, perfino in pazienti pretrattati con tutte le classi di farmaci disponibili e senza ulteriori alternative terapeutiche: lo hanno dimostrato gli studi GEN501 e Sirius”.

“Un ulteriore tassello positivo nella storia di un farmaco – concludono i proff. Boccadoro e Cavo – che ha anche un favorevole profilo di tollerabilità, motivo per cui l’aggiunta dell’anticorpo monoclonale non determina un incremento di tossicità clinicamente significativo rispetto agli standard di trattamento”