L’inibitore di PD-1 nivolumab può essere sicuramente considerato tra i protagonisti del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO). Oltre ai dati molto positivi nel tumore al polmone e nel melanoma, ne sono stati presentati di molto promettenti anche su un suo possibile impiego contro il cancro al fegato. In uno studio di fase I/II di cui sono stati presentati alcuni risultati ad interim, infatti, l’anticorpo monoclonale si è dimostrato sicuro ed efficace come trattamento per il carcinoma epatocellulare avanzato.

Inoltre, ha riferito Anthony B. El-Khoueiry, del Norris Comprehensive Cancer Center presso la University of Southern California di Los Angeles, le risposte osservate con nivolumab sono apparse durature.

El-Khoueiry ha ricordato che in tutto il mondo, ogni anno, 780.000 persone scoprono di avere un tumore al fegato. "Per i pazienti con malattia in fase avanzata, la maggior parte dei casi che vediamo, sorafenib è l'unico trattamento sistemico approvato e permette di ottenere una sopravvivenza media non superiore a 11 mesi. Dopo il fallimento di sorafenib, non esiste uno standard attuale di cura" ha spiegato l’oncologo.

Lo studio presentato all’ASCO ha coinvolto 47 pazienti (di cui 42 valutabili) con un carcinoma avanzato il cui tumore aveva progredito nonostante il trattamento con sorafenib o che avevano rifiutato di prendere il farmaco o erano risultati intolleranti. I partecipanti avevano un punteggio Child-Pugh ≤ B7 e un performance status ECOG pari a 0 o 1. Inoltre, il 75% aveva già fatto una terapia sistemica in precedenza e il 68% era stato trattato con sorafenib.

Gli autori hanno diviso i pazienti in tre coorti: una di 12 pazienti con epatite C, una di 11 pazienti con epatite B e una terza di 24 pazienti non infetti.

"I pazienti sono stati trattati in coorti separate per essere certi che nivolumab fosse sicuro in tutti questi sottogruppi e la dose è stata aumentata separatamente in ciascun gruppo" ha specificato El-Khoueiry.

I partecipanti sono stati trattati con nivolumab in dosi da 0,1 mg/kg a 10 mg/kg somministrato per via endovenosa per un massimo di 2 anni.

L’endpoint primario dello studio era la sicurezza, mentre quello secondario era l’attività antitumorale, valutata in base ai criteri RECIST modificati.

Nivolumab apparso ben tollerato nei pazienti con epatiti B e C in corso e i ricercatori non hanno osservato problemi di sicurezza relativi a riacutizzazioni dell’epatite B o un peggioramento dell’infezione virale.

La maggior parte degli eventi avversi è stata lievi, ha riferito El-Khoueiry. Il 60% dei pazienti ha manifestato un evento avverso correlato al farmaco e il 19% ha manifestato eventi avversi di grado 3 o 4.

Gli eventi avversi segnalati con maggiore frequenza sono stati aumento dell’aspartato aminotransferasi e dell’alanina aminotransferasi (rispettivamente 19% e 15%), rash (17%), aumento delle lipasi e delle amilasi (rispettivamente 17% e 15%) e prurito (13%).

Gli eventi avversi di grado 3 o 4 più comuni sono stati l’incremento dell’aspartato aminotransferasi e dell’alanina aminotransferasi (rispettivamente 11% e 9%) e aumento delle lipasi (9%).

Un paziente trattato con 10 mg/kg ha manifestato una tossicità dose-limitante; tuttavia, i ricercatori non hanno definito la dose massima tollerata in nessuna delle tre coorti. Inoltre, solo due pazienti hanno interrotto la terapia a causa di effetti collaterali legati al trattamento.

Dei 42 pazienti in cui si è potuta valutare la risposta, 21 avevano un’epatite e gli altri 21 no. Otto pazienti hanno ottenuto una riduzione obiettiva del tumore di oltre il 30%, il che corrisponde a una percentuale di risposta obiettiva del 19%.

"Per contestualizzare, la percentuale di risposta con lo standard di cura attuale, sorafenib, è del 2-3%" ha sottolineato El-Khoueiry.

Due pazienti, entrambi non infetti, hanno ottenuto una risposta completa, durata oltre 12 mesi, e sei, cinque dei quali avevano l’epatite, hanno ottenuto una risposta parziale.

Degli otto partecipanti che hanno risposto, sei stavano rispondendo al momento dell'analisi e il 50% delle risposte è durato più di 12 mesi.

Il 48% dei pazienti ha ottenuto una stabilizzazione del tumore, che nei casi migliori si è mantenuta per oltre 17 mesi.

La sopravvivenza globale a 12 mesi è risultata del 62% e in genere, ha ricordato El-Khoueiry, tra i pazienti già trattati con sorafenib è solo del 30%.

"È incoraggiante vedere che nivolumab, nel complesso, si è rivelato sicuro e che le percentuali di risposta, così come i dati preliminari di sopravvivenza, appaiono molto promettenti" ha aggiunto l’oncologo. "Anche se questi dati preliminari vanno verificati in studi più ampi, rappresentano uno dei primi segnali che l'immunoterapia con inibitori dei checkpoint immunitari potrebbe avere un ruolo anche nel trattamento del cancro al fegato".

A questo proposito, l’autore ha spiegato che è attualmente in corso un’estensione dello studio, volta a confermare questi risultati.

"Anche se questi dati sono preliminari e limitati a un piccolo numero di pazienti, restano entusiasmanti e forniscono una forte giustificazione per fare ulteriori studi su nivolumab e su altri approcci di immunoterapia nei pazienti con un cancro del fegato avanzato" ha concluso l’oncologo.

Alessandra Terzaghi

A.B. El-Khoueiry, et al. Phase I/II safety and antitumor activity of nivolumab in patients with advanced hepatocellular carcinoma (HCC): CA209-040. J Clin Oncol 33, 2015 (suppl; abstr LBA101).
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