Oncologia, Juno Therapeutics interrompe studio su CAR-T cells per due decessi

A seguito del decesso di due pazienti con leucemia, la biotech americana Juno Therapeutics ha deciso di porre "on hold", cioè di interrompere momentaneamente, uno studio di Fase II che sta valutando il farmaco JCAR015, una preparazione realizzata con la tecnologia delle CAR-T cells.

A seguito del decesso di due pazienti con leucemia, la biotech americana Juno Therapeutics ha deciso di porre “on hold”, cioè di interrompere momentaneamente, uno studio di Fase II che sta valutando il farmaco JCAR015, una preparazione realizzata con la tecnologia delle CAR-T cells.

Entrambi i pazienti sono stati colpiti da edema cerebrale. E’ la seconda volta in sei mesi che l’azienda deve interrompere questo trial. Lo scorso mese di luglio si erano registrati tre decessi, sempre per edema cerebrale, che però erano stati messi in connessione con il regime chemioterapico a base di fludarabina che si usa per azzerare il sistema immunitario prima della somministrazione dei linfociti ingegnerizzati. Lo studio era poi proseguito, modificando leggermente il protocollo e sostituendo la fludarabina con ciclofosfamide.

Mentre lo stop precedente era stato imposto dall’Fda, adesso è stata la stessa Juno a deciderlo, in attesa di analisi ulteriori per capire cosa è successo esattamente.

Lo studio, denominato Rocket,  ha arruolato pazienti con leucemia linfobalstica acuta, recidivante o refrattaria. Adesso l’azienda sta attendendo la decisione dell’Fda circa il proseguimento del trial. Le opzioni sono tutte possibili: continuare il trial così come è, modificare il protocollo, interrompere lo studio.

Le azioni di Juno sono scese del 44% ma i problemi di sicurezza del farmaco di Juno gettano un’ombra sulla intera classe dei composti derivati dalla tecnologia delle CAR-T cells, promettenti ma con potenziali gravi eventi indesiderati.

Come funziona la terapia con le CAR T cells
Segnalata dalla rivista Science, come Breakthrough of the Year 2013 la terapia cellulare con linfociti geneticamente modificati è una branca della medicina traslazionale dalla storia non recente, ma solo ultimamente assurta alla cronaca, scientifica e non, per i risultati eccezionali ottenuti già nelle fasi precoci della sperimentazione clinica in tumori ematologici resistenti a terapie convenzionali (risposte complete e durature nel 90% dei bambini ed adulti con leucemia linfoblastica B sottoposti al trattamento).

Tale approccio è finalizzato a migliorare il riconoscimento delle cellule tumorali da parte dei T linfociti del paziente, rendendoli così in grado di distruggere il tumore. Ciò si ottiene attraverso l’aggiunta di recettori “artificiali” (definiti chimerici – da cui il termine CAR: Chimeric Antigen Receptor) attraverso la manipolazione in laboratorio dei T linfociti estratti dal paziente e reintrodotti nello stesso al termine della procedura. Questo approccio, essendo basato sull’utilizzo di cellule self (ossia già appartenenti al soggetto, non estranee), minimizza al massimo l’eventualità di rigetto.

Visto che le cellule T, una volta infuse nei pazienti, possono continuare a moltiplicarsi, la terapia non deve essere somministrata ripetutamente, come accade con le chemioterapie, che vengono, invece, metabolizzate e alla fine eliminate dall’organismo. E introducendo i CAR in due sottogruppi specifici di cellule T i ricercatori hanno ottenuto risposte antitumorali più potenti e più durature.