Nei pazienti con infezione da HIV ai quali è stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin, l’aggiunta dell'anticorpo monoclonale rituximab alla chemioterapia migliora gli outcome. Tuttavia, i pazienti che hanno un punteggio elevato dell’International Prognostic Index aggiustato in funzione dell’età tendono ad andare peggio degli altri.

È questa la conclusione di una review di studi clinici prospettici di fase II o III che hanno valutato le terapie per questa neoplasia. Lo studio, coordinato da Stefan Barta, dell’Albert Einstein College of Medicine di New York, sarà presentato in occasione del congresso dell’American Society of Clinical Oncology, che apre i battenti questa settimana a Chicago.

Per questa revisione, gli autori hanno identificato 16 studi pubblicati tra il 2000 e il 2011, per un totale di 1.144 pazienti.

Il linfoma non-Hodgkin è il tumore più comune nei pazienti sieropositivi. Anche se gli outcome sono migliorati notevolmente negli ultimi 10 anni, c’è ancora scarso accordo su quale sia il migliore approccio terapeutico iniziale.

Per fare maggiore chiarezza sulla questione, i ricercatori hanno cercato di identificare i fattori legati all’infezione e quelli legati al trattamento che potrebbero influire sulla risposta, compresi il tipo di chemioterapia utilizzata e l'uso di rituximab. Gli endpoint considerati erano la risposta completa, la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la sopravvivenza globale (OS), e sono stati utilizzati la regressione logistica e il modello dei rischi proporzionali di Cox per calcolare la probabilità di risposta e il rischio di progressione aggiustati in base a età, sesso, International Prognostic Index aggiustato in base all’età, conta basale dei linfociti T CD4+, carica virale al basale, assunzione concomitante di una terapia antiretrovirale e istologia del tumore.

L' International Prognostic Index tiene conto di tre fattori, a ciascuno dei quali, se presente, si assegna un punto: stadio III o IV della malattia, aumento della lattato deidrogenasi nel siero, o un ECOG performance status di 2, 3 o 4.

Tra le covariate specifiche del linfoma e dell’HIV, soltanto un punteggio più alto dell’International Prognostic Index è risultato associato a tassi inferiori di risposta completa, PFS e OS (P < 0,001 per tutti e tre i parametri).

Per quanto riguarda le terapie, invece, si è visto che l'aggiunta di rituximab alla chemioterapia si è associata a una percentuale di risposte complete più elevata (OR 1,75; P = 0,017), a una migliore PFS (HR 0,39; P <0,001) e a una migliore OS (0,39; P <0,001).

I pazienti che hanno beneficiato maggiormente dell’aggiunta dell’anticorpo sono stati quelli che avevano una conta dei CD4+ più elevata al basale (hazard ratio di sopravvivenza globale 0,57 nei pazienti con una conta dei CD4 al basale di almeno 100 cellule/mcl rispetto a quelli con una conta più bassa; P < 0,001).

Inoltre, indipendentemente dall’istologia tumorale, il trattamento iniziale con il regime EPOCH (etoposide, doxorubicina, vincristina, prednisone e ciclofosfamide) ha portato ad outcome migliori rispetto al regime CHOP (simile al regime precedente ma senza etoposide). Infatti, l'odds ratio di risposta completa con il regime EPOCH rispetto al regime CHOP è risultato di 1,78 (P = 0,039), mentre gli hazard ratio di PFS e OS sono risultati rispettivamente 0,61 (P = 0,032) e 0,47 (P < 0,001).

S.K. Barta, et al. A pooled analysis of 1,144 patients with HIV-associated lymphoma: assessment of lymphoma-, HIV-, and treatment-specific factors on clinical outcomes. J Clin Oncol 2012; abstract 8005.
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