Amgen ha annunciato i risultati preliminari dello studio di fase III PAVES che ha valutato pegfilgrastim in 845 pazienti con tumore al colonretto localmente avanzato o metastatico trattati con la chemioterapia FOLOFOX o FOLFIRI più bevacizumab. Il farmaco ha raggiunto l’endpoint principale dello studio riducendo in modo significativo l’incidenza di neutropenia febbrile.

PAVES è uno studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di pegfilgrastim in 845 pazienti con tumore del colonretto localmente avanzato o metastatico trattati con la chemioterapia FOLFOX o FOLFIRI più bevacizumab. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere la chemioterapia più bevacizumab in combinazione con 6 mg di pegfilgrastim o placebo somministrati 24 ore dopo ogni ciclo di chemioterapia. L’endpoint principale dello studio era l’incidenza di neutropenia febbrile di grado 3 o 4 durante i primi 4 cicli di terapia.

Nello studio, l’incidenza di neutropenia febbrile di grado 3 o 4 era del 2,4% nei pazienti trattati con pegfilgrastim e del 5,7% nei soggetti trattati con placebo (OR 0,41, P=0,014). L’incidenza di eventi avversi di grado pari o superiore a 3 era simile in entrambi i gruppi (28% con placebo vs 27% con pegfilgrastim).

Pegfilgrastim, è un immunostimolante del gruppo dei "fattori stimolatori di colonie". Il medicinale contiene filgrastim, una copia di una proteina umana nota come fattore che stimola la formazione di colonie di granulociti (G-CSF), in forma "pegilata" (vale a dire ricoperto di un agente chimico chiamato polietilenglicole). Filgrastim agisce stimolando il midollo osseo a produrre più globuli bianchi nel sangue, aumentando la conta dei globuli bianchi nel sangue e trattando la neutropenia.

Pegfilgrastim è stato approvato dall’Fda nel 2002 per ridurre l’incidenza di infezioni in pazienti con tumori non ematologici in terapia con farmaci mielosoppressivi che possono causare un’incidenza clinicamente significativa di neutropenia febbrile. Il farmaco non è indicato per la mobilizzazione delle cellule progenitrici ematiche periferiche (PBPC) per il trapianto di cellule staminali ematopoietiche.

La neutropenia febbrile (NF) è un evento relativamente frequente nei pazienti affetti da neoplasia in corso di trattamento chemioterapico. Si tratta di una delle complicanze più importanti della chemioterapia, potenzialmente pericolosa per la vita che richiede un pronto intervento medico. In caso di NF vi è un rischio di sviluppare rapidamente un’infezione
grave e talvolta mortale, particolarmente in caso di infezione da batteri Gram-negativi, a causa di assenza delle difese immunitarie dei neutrofili.
Oltre alla morbilità e mortalità infettiva, la NF può comportare un aumento dell’ospedalizzazione, delle procedure diagnostico-terapeutiche ed un eventuale ritardo o riduzione della dose di chemioterapia.

Il tipo e le dosi di chemioterapia influenzano la durata e la severità della neutropenia dai cui dipende il rischio di NF e di conseguenti infezioni.
La gestione complessiva della neutropenia febbrile nel paziente oncologico consiste nel valutare l’eventuale utilità delle strategie preventive, come profilassi con fattori di crescita (CSF) o antibiotica, e nell’adottare misure diagnostico-terapeutiche tempestive quando un paziente sviluppa una febbre durante la neutropenia.