Pidilizumab, un anticorpo monoclonale anti-PD-1, ha dimostrato un’attività clinica promettente e un buon profilo di sicurezza in uno studio di fase II, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, in pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B, dopo il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche.

"Riteniamo che l'approccio di disattivazione della tolleranza immunitaria nel momento in cui il sistema immunitario è in una fase di rimodellamento, e cioè dopo il trapianto delle cellule staminali, sia innovativo e offra l'opportunità di migliorare la remissione dopo il trapianto di cellule staminali nel linfoma a grandi cellule" ha detto l’autore senior del lavoro Leo I. Gordon, direttore del Programma linfoma, presso la Divisione di Oncoematologia della Northwestern University Feinberg School of Medicine.

Lo studio ha coinvolto 66 pazienti arruolati presso 30 centri situati negli Stati Uniti e in Israele, Cile e India. I partecipanti sono stati trattati con pidilizumab per via endovenosa al dosaggio di 1,5 mg/kg ogni 42 giorni per tre cicli, iniziando 30-90 giorni prima del trapianto di staminali.

L'endpoint primario era rappresentato dalla percentuale di assenza di progressione a 16 mesi della prima somministrazione di pidilizumab tra tutti i pazienti idonei che avevano ricevuto almeno una dose dell'agente. Tra gli endpoint secondari vi erano, invece, la sicurezza e la tossicità, la sopravvivenza libera da progressione (PFS), la sopravvivenza globale (OS) e l’immunogenicità di pidilizumab.

Lo studio ha centrato il suo obiettivo primario in quanto, 16 mesi dopo il primo trattamento, nei 66 pazienti idonei, la PFS è stata del 72% (IC al 90% 0,60-0,82). Tra i pazienti 24 ad alto rischio che sono rimasti PET- positivi al termine della terapia di salvataggio, la PFS a 16 mesi è stata di poco diversa, e pari al 70% (IC al 90% 0,51-0,82). Tra i 35 pazienti con malattia misurabile dopo il trapianto, la percentuale di risposta globale dopo la terapia con pidilizumab è stata, invece, del 51%.

I ricercatori riferiscono che 24 ore dopo il primo trattamento i pazienti hanno mostrato un aumento significativo del numero di linfociti T-helper attivati esprimenti PD-L1 e tale incremento si è mantenuto per almeno 16 settimane. Inoltre , hanno notato delle variazioni cambiamenti nei monociti esprimenti PD-L1. Spiegano anche che l’aumento medio percentuale è stato maggiore dell'aumento medio in tutti i momenti di valutazione, a suggerire che "pidilizumab ha indotto aumenti di quelle cellule rapidi e mantenuti nel tempo, ma limitati a un sottogruppo di pazienti”.

Tra tutti i 72 pazienti che hanno ricevuto almeno una dose di pidilizumab, l’incidenza degli eventi avversi è stata del 96%. Dei 613 eventi avversi segnalati, quelli di grado 3/4 più frequenti sono stati la neutropenia (19%) e la trombocitopenia (8%). In ogni caso, tutti i pazienti che hanno manifestato neutropenia di grado 4 hanno risposto al trattamento con fattore di crescita e sono rimasti asintomatici.

I ricercatori concludono, quindi, che il blocco di PD-1 è un'opzione terapeutica valida in un sottogruppo di pazienti con malattia residua ad alto rischio e può anche permettere di superare il valore prognostico negativo di una PET positiva prima del trapianto.

Pertanto, secondo Gordon, " vale la pena fare ulteriori studi che valutino quest’approccio e queste osservazioni iniziali dovrebbero essere confermate in uno studio randomizzato di fase III".

P. Armand, et al. Disabling immune tolerance by programmed death-1 blockade with pidilizumab after autologous hematopoietic stem-cell transplantation for diffuse large B-cell lymphoma: results of an international phase II trial. J Clin Oncol. 2013;31(33):4199-206. Doi 10.1200/JCO.2012.48.3685.
leggi