I pazienti lungosopravviventi dopo una neoplasia ematologica per la quale sono stati sottoposti a un trapianto di cellule staminali ematopoietiche hanno maggiori probabilità di sviluppare i fattori di rischio che possono portare a malattie cardiache. Lo evidenza uno studio retrospettivo americano appena pubblicato su Blood (organo ufficiale dell’American Society of Hematology) e opera di un gruppo del polo oncologico City of Hope di Duarte, in California.


Nel complesso, noti fattori di rischio cardiovascolare quali ipertensione, diabete e dislipidemia sono risultati significativamente più frequenti tra i pazienti che avevano fatto un trapianto di staminali del midollo, specie se allogenico, rispetto alla popolazione generale.


Inoltre, tra i fattori che potrebbero aumentare il rischio cardiovascolare in questi pazienti sono emersi l’aver fatto una chemioterapia a base di antracicline e la radioterapia prima del trapianto e lo sviluppo di una graft-versus-host disease come complicanza della procedura. Da notare che i destinatari di un trapianto allogenico in genere sono sottoposti a dosi più elevate di chemioterapia e radioterapia total body per il condizionamento pre-trapianto.


Nell’introduzione del lavoro, finanziato con grant del National Institutes of Health e della Lymphoma/Leukemia Society, gli autori americani spiegano che, grazie ai progressi compiuti nelle tecniche di trapianto di staminali ematopoietiche, i pazienti oggi vivono più a lungo di un tempo, ma spesso si ritrovano ad avere una o più malattie croniche post-trapianto.


Il particolare, i ricercatori del City of Hope si riferiscono a uno studio che ha evidenziato un'incidenza cumulativa di malattie gravi o potenzialmente mortali a 15 anni dal trapianto del 40%.


Tuttavia, avvertono, gli studi che hanno esaminato i fattori connessi al rischio cardiovascolare di questi pazienti avevano molti limiti: campione ridotto, breve follow-up, mancanza di confronti tra i donatori autologhi e allogenici e di confronti di genere e tra diverse fasce età.


Pertanto, con la loro analisi, gli autori Usa hanno cercato di determinare meglio i fattori specifici pre- e post -trapianto in un ampio gruppo di pazienti sottoposti alla procedura. In particolare, hanno valutato l’incidenza dei fattori di rischio cardiovascolare e delle conseguenti malattie cardiovascolari in una coorte di 1885 pazienti sopravvissuti almeno un anno dopo un trapianto di staminali del midollo eseguito presso il City of Hope tra il 1995 e il 2004


L'età mediana del campione era di 44 anni, le donne erano il 57% e il 63% dei pazienti erano bianchi. Il follow-up post-trapianto era in media di 6 anni.


I pazienti avevano fatto il trapianto per curare un linfoma di Hodgkin o non-Hodgkin nel 38,6% dei casi, una leucemia mieloide acuta linfoblastica nel 25,6%, un mieloma multiplo nel 15,3%, una leucemia cronica nel 12,8%, o un altro tipo neoplasia ematologica nel 7,7%.


L'incidenza cumulativa a 10 anni dal trapianto dei fattori di rischio cardiovascolare è risultata del 37% per l’ipertensione, 18% per il diabete e 47% per la dislipidemia, significativamente superiore a quella della popolazione generale. 


L’analisi multivariata ha poi mostrato che i fattori predittivi significativi di sviluppo di tutti e tre i fattori di rischio cardiovascolare erano un’età più avanzata (rischio superiore al di sopra dei 55 anni) e l'obesità (BMI ≥ 30).


Inoltre, nei pazienti sottoposti a chemioterapia più radioterapia total body per il condizionamento si è trovato un rischio 1,5 volte maggiore di diabete (P < 0,01) e uno 1,4 maggiore di dislipidemia (P < 0,01), indipendentemente dal tipo di trapianto effettuato.


Nei soggetti che hanno fatto un trapianto allogenico senza sviluppare una GVHD acuta come complicanza, il rischio di ipertensione è risultato 5,2 volte più elevato, quello di diabete 2,6 volte più elevato, e quello di dislipidemia 2,2 volte più elevato. L'aumento del rischio è risultato ancora superiore quando i destinatari del trapianto allogenico hanno sviluppato una GVHD acuta di grado II, III o IV (rischio relativo rispettivamente pari a 9,1, 5,8 e 3.2).


Da notare che gli autori hanno anche osservato una relazione lineare tra numero di fattori di rischio e aumento dell’incidenza di malattie cardiovascolari, tra cui scompenso cardiaco, coronaropatia, infarto miocardico e ictus. L’aumento incrementale dell’incidenza di tali patologie a 10 anni dal trapianti è stato, infatti, del 4,7% nei pazienti che non avevano nessun fattore di rischio, del 7% in quelli che ne avevano uno e dell’11,2% in quelli che ne avevano due o più di due (P < 0,01).


Nel valutare i risultati, avvertono comunque gli autori, occorre tener conto dei limiti dello studio: in primis la sua natura retrospettiva e la mancanza di informazioni riguardanti la disfunzione gonadica, il fumo, l’anamnesi familiare e l'attività fisica svolta dai pazienti.


S.H. Armenian, et al. Cardiovascular risk factors in hematopoietic cell transplantation (HCT) survivors: role in development of subsequent cardiovascular disease. Blood 2012; doi: 10.1182/blood-2012-06-437178
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