Uno studio pubblicato su Clinical Cancer Research evidenzia che la carenza di vitamina D è un indicatore di cancro alla prostata aggressivo e di diffusione della malattia negli uomini europei-americani e afro-americani sottoposti a una prima biopsia prostatica per via di un aumento dei livelli di antigene prostatico specifico (PSA) e/o dei risultati dell’esplorazione digito-rettale (DRE).

"La vitamina D è un ormone steroideo che notoriamente influenza la crescita e la differenziazione delle cellule prostatiche benigne e maligne in linee cellulari di prostata e in modelli animali di cancro alla prostata. Nel nostro studio, la carenza di vitamina D è sembrata essere un fattore predittivo di diagnosi di forme aggressive di cancro alla prostata negli uomini europei-americani e afro-americani" ha detto uno degli autori, Adam B. Murphy, della Northwestern University di Chicago.

Murphy ha poi spiegato che l’associazione è risultata più forte negli uomini afro-americani, il che implica che la carenza di vitamina D è un fattore più importante nel contribuire al cancro alla prostata negli uomini afro-americani rispetto a quelli europei-americani.

"La supplementazione con vitamina D potrebbe essere una strategia importante per prevenire l'incidenza del cancro alla prostata e/o la progressione del tumore nei pazienti affetti da questo tumore" ha aggiunto inoltre Murphy.

Nello studio, gli uomini europei-americani e afro-americani con livelli sierici di 25-idrossivitamina D inferiori a 12 ng/ml al momento della biopsia prostatica hanno mostrato una probabilità rispettivamente 3,66 volte e 4,89 volte maggiore di avere un cancro alla prostata aggressivo (con uno score di Gleason pari a 4 o superiore) e 2,42 volte e 4,22 volte maggiore di avere un tumore di stadio T2b o superiore.

Il range di normalità della 25-OH D è compreso tra i 30 e gli 80 ng /ml.

Inoltre, gli uomini afro-americani hanno mostrato una probabilità 2,43 volte maggiore di sviluppare un tumore alla prostata in presenza di livelli di 25-OH D inferiori a 20 ng/ml.

Per  il loro studio, Murphy e i suoi colleghi hanno arruolato tra il 2009 e il 2013 667 uomini di età compresa tra i 40 e i 79 anni in procinto di fare una prima biopsia prostatica in cinque centri urologici di Chicago dopo che la DRE o l’esame del PSA avevano mostrato delle anomalie. Al momento dell’arruolamento, gli autori hanno misurato i livelli sierici di 25-OH D.

Tra i partecipanti, 273 erano afro-americani, 275 erano europei-americani e in 168 pazienti in ognuno dei due gruppi la biopsia ha rivelato la presenza di un tumore alla prostata

I livelli medi di 25-OH D sono risultati significativamente più bassi tra gli uomini afro-americani (16,7 ng/ml) rispetto a quelli europei-americani (19,3 ng/ml). Inoltre, il valore più alto di 25-OH D è risultato di 71 ng/ml negli uomini europei-americani e solo di 45 ng/ml in quelli afro-americani.

Gli autori hanno stratificato i pazienti in base ai valori di 25-OH D (inferiori a 12 ng/ml, inferiori a 16 ng/ml, inferiori a 20 ng/ml e inferiori a 30 ng/ml), trovando una relazione dose -risposta tra il grado del tumore e il livello di vitamina D sia per gli uomini europei-americani sia per quelli afro-americani; inoltre, l'associazione si è mantenuta anche dopo aggiustamento per i potenziali fattori confondenti, tra cui la dieta, l’abitudine al fumo, l’obesità, la storia familiare e l'assunzione di calcio.

Le analisi hanno evidenziato un'associazione tra bassi livelli di 25-OH D e alto e altissimo rischio di cancro alla prostata, secondo i criteri del National Comprehensive Cancer Network (NCCN), che tengono conto dei livelli di PSA pre-diagnosi, dello stadio del tumore e dello score di Gleason.

Mentre non si è trovata nessuna associazione tra carenza di vitamina D e diagnosi di cancro alla prostata negli uomini europei-americani, è emersa un’associazione significativa negli uomini afro-americani.

Inoltre, l'associazione con l’aggressività della malattia e la diffusione del cancro è risultata più forte per gli uomini afro-americani che per quelli europei-americani.

Il colore della pelle, che incide sui livelli cumulativi di vitamina D derivanti dall’esposizione al sole, potrebbe spiegare almeno in parte le discrepanze osservate tra i due diversi gruppi etnici.

Murphy ha riferito che il suo gruppo intende valutare prossimamente i polimorfismi genetici nei pathway del metabolismo della vitamina D per capire meglio gli alleli di rischio alla base di questa associazione.

"La carenza di vitamina D sembra essere importante per il benessere generale e potrebbe essere coinvolta nella formazione e nella progressione di diversi tumori”. Pertanto, ha concluso Murphy, “sarebbe saggio fare uno screening per identificare i deficit di vitamina D e trattare tali deficit".