Il nuovo anticorpo monoclonale sperimentale anti-VEGF2 ramucirumab, aggiunto alla migliore terapia di supporto, ha migliorato in modo significativo la sopravvivenza globale (OS) e la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in seconda linea nei pazienti con adenocarcinoma gastrico metastatico nello studio randomizzato di fase III REGARD, appena presentato al Gastrointestinal Cancers Symposium, terminato da poco a San Francisco.

Infatti, la combinazione dell’anticorpo con la migliore terapia di supporto ha aumentato del 22% l’OS (HR 0,78; IC al 95% 0,60-0,99; P = 0,04) e di oltre il 50% la PFS (HR 0,48; IC al 95% 0,37-0,62; P < 0,0001) rispetto alla sola miglior terapia di supporto (più un placebo) in una popolazione di pazienti con carcinoma gastrico avanzato in progressione dopo una chemioterapia di prima linea contenente platino e/o una fluoropirimidina.

Inoltre, l’aggiunta di ramucirumab ha migliorato in modo significativo rispetto al placebo la percentuale di controllo della malattia: 49% contro 23% (P < 0,001).
“Il beneficio di sopravvivenza sembra paragonabile a quello già riportato in precedenza in studi di fase III che hanno usato la chemioterapia standard e se si guarda il profilo di tossicità, direi che è paragonabile a quello della chemio” ha dichiarato in un’intervista il primo autore dello studio Charles Fuchs, del Dana-Farber Cancer Institute di Boston.

Ramucirumab è anticorpo monoclonale IgG1completamente umananizzato diretto contro il dominio extracellulare del recettore 2 del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF2), considerato il mediatore primario dell’angiogenesi. Se attivato, il recettore promuove la proliferazione e la sopravvivenza cellulare a livello endoteliale, così come la migrazione e la permeabilità vascolari.
Lo studio REGARD ha confrontato l’efficacia e la sicurezza di ramucirumab con quella della miglior terapia di supporto in 355 pazienti provenienti da varie parti del mondo e affetti da adenocarcinoma gastrico metastatico o della giunzione gastroesofagea in progressione dopo una chemio di prima linea contenente platino e/o una fluoropirimidina.

I partecipanti sono stati trattati in rapporto due a uno con 8 mg/kg di farmaco o placebo ogni 2 settimane fino alla  progressione della malattia, alla comparsa di una tossicità inaccettabile o al decesso. L’endpoint principale dello studio era l’OS, mentre tra gli endpoint secondari figuravano la PFS, la percentuale di PFS a 12 settimane, la percentuale di risposta complessiva e la sicurezza.
Oltre a dimostrarsi superire al placebo in termini di OS e PFS, il farmaco ha dimostrato la sua superiorità anche sul fronte della PFS a 12 settimane (40% contro 16%), della percentuale di risposta complessiva (3,4% contro 2,6%) e del tasso di controllo della malattia (49% contro 23%).
Inoltre, dopo il completamento dello studio, i pazienti che hanno dovuto ricorrere a una diversa terapia antitumorale sono stati più numerosi nel gruppo di controllo che non nel gruppo trattato con ramucirumab (39% contro 32%, rispettivamente).

I risultati sull’incidenza degli eventi avversi di grado 3 sono stati misti. Quelli più comuni sono stati ipertensione ( 7,2% dei pazienti trattati con ramucirumab contro il 2,6% dei pazienti trattati con placebo), anemia (6,4% contro 7,8%), dolore addominale (5,1% contro 2,6%), ascite (4,2% contro il 4,3%) affaticamento (4,2% contro 3,5%), riduzione dell’appetito (3,4% contro 3,5%) e iponatremia (3,4% contro 0,9%).

Nel gruppo in trattamento attivo non ci sono stati eventi avversi di grado 4 e i tassi di mortalità sono risultati simili in entrambi i gruppi (10,6% con ramucirumab contro 13 % con placebo).
Fuchs ha spiegato che tra future linee di ricerca potrebbe esserci la valutazione di ramucirumab come terapia di prima linea e la sua combinazione con la chemioterapia, una possibilità, quest’ultima, già oggetto di indagine nello studio RAINBOW, in corso, che sta confrontando ramucirumab più paclitaxel con il solo paclitaxel.
L’autore ha anche aggiunto che varrebbe la pena di testaree l’anticorpo anche in altri tipi di tumori, oltre a quelli contro i quali lo si sta già studiando, cioè il cancro al seno, il carcinoma epatocellulare, il cancro al colon e quello ai polmoni.

Ramucirumab è sviluppato da Eli Lilly, che ne è entrata in possesso nel 2008 grazie all’acquisizione della società ImClone Systems.

C.S. Fuchs, et al. REGARD: a phase III, randomized, double-blind trial of ramucirumab and best supportive care (BSC) versus placebo and BSC in the treatment of metastatic gastric or gastroesophageal junction (GEJ) adenocarcinoma following disease progression on first-line platinum- and/or fluoropyrimidine-containing combination therapy. GICS 2013; abstract LBA5.

Alessandra Terzaghi