Uno studio italiano appena pubblicato su Cancer Research, organo ufficiale della Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro ha dimostrato che per i linfomi è possibile ottenere una cura inattivando un gene chiamato ERAP1. Lo studio, è bene precisarlo subito, è stato effettuato sull'animale di laboratorio e non sull'uomo. Il merito della scoperta scientifica è di un team di ricercatori del Dipartimento di Oncoematologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. Secondo gli esperti, l'inattivazione di questo gene consente di attivare un potente e finora inesplorato meccanismo di rigetto da parte del sistema immunitario.

"Per la prima volta, spiegano i ricercatori, siamo riusciti ad ottenere un'efficace interazione fra i due tipi di cellule del sistema immune deputate all'attività antitumorale (i linfociti T citotossici e le cellule Natural Killer) e questo è stato possibile inattivando il gene chiamato ERAP1". 
Fisiologicamente, il compito dei linfociti T e delle cellule Natural Killer è di eliminare le cellule alterate del nostro organismo, ma molti tumori riescono, purtroppo, a ingannare sia gli uni che le altre, evadendo così la sorveglianza immune.

"Invece, continuano i ricercatori, inattivando ERAP1, siamo riusciti per la prima volta a innescare una cascata di eventi virtuosi che permette ad entrambe queste cellule di aggredire e combattere il tumore su più fronti". "E' un modello sperimentale da verificare, un meccanismo completamente nuovo, mai studiato prima, spiega Patrizio Giacomini, ricercatore del laboratorio di immunologia dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena. Il principio è semplice e si tratta di eliminare un'attività degli enzimi che sono gli "operai" della cellula. E' come se in una fabbrica viene eliminata una catena di montaggio e la conseguenza è quella che le cellule del sistema immunitario si accorgono che qualcosa non va e cominciano a demolire la fabbrica. Abbiamo cominciato dai linfomi e leucemie, tumori del sangue e secondo noi il principio e riproponibile su diversi tipi di tumori non solo del sangue ma anche quelli solidi".

Lo studio è iniziato molto tempo fa, quando a Parigi Doriana Fruci ha scoperto il gene alla base dell'attuale scoperta scientifica. Poi la ricercatrice è tornata a lavorare in Italia, nell'ospedale pediatrico Bambino Gesù, ed è iniziata la nuova sperimentazione con Loredana Cifaldi, e la collaborazione con l'Ifo dove ha trovato Giacomini, Elisa Lo Monaco e Elisa Tremante.

"Mettendo insieme le forze siamo arrivati a questo primo risultato, racconta Giacomini. Nessuno voleva scommettere sul gene perché non si pensava che potesse avere un' implicazione sui tumori umani. Invece noi ci abbiamo creduto. E forse per fortuna o per caparbietà siamo arrivati alla scoperta: il gene rende visibili le cellule tumorali al sistema immunologico e quindi è possibile l'aggressione clinica. Il problema che ora stiamo affrontando è come ottenere nell'uomo lo stesso risultato che abbiamo ottenuto nel topo".