In uno studio pubblicato di recente sul Journal of Urology, quasi la metà dei 28 pazienti colpiti da un carcinoma primario a cellule renali (CCR) inizialmente non resecabile hanno potuto essere sottoposti a nefrectomia dopo essere stati trattati con sunitinib.

In pazienti selezionati con CCR a cellule chiare, ha spiegato il primo autore dello studio, Brian I. Rini del Cleveland Clinic Taussig Cancer Center, il trattamento con l’inibitore dei recettori delle tirosinchinasi può consentire di ridurre le dimensioni del tumore primitivo renale in modo da permetterne la resezione chirurgica.

Rini e il suo gruppo hanno studiato gli effetti di sunitinib in 30 pazienti con RCC primitivo non operabile a causa delle grosse dimensioni del tumore, una massiccia linfoadenopatia, una trombosi venosa o una vicinanza a organi vitali. Diciannove dei pazienti arruolati avevano metastasi a distanza.

I primi 9 pazienti sono stati trattati con sunitinib 50 mg/die per via orale per 4 settimane, seguite da 2 settimane senza terapia (un ciclo), ma il regime è stato poi modificato trasformandolo in una terapia continua per 6 settimane a causa della comparsa di segni di progressione durante la settimana in cui i pazienti non assumevano il farmaco.

L’endpoint primario dello studio era la percentuale di pazienti con CCR inizialmente non resecabile, ma diventato operabile dopo il trattamento con sunitinib.

La risposta al trattamento ha potuto essere valutata in 28 pazienti (che avevano in tutto 35 tumori primari). Dopo una mediana di tre cicli di sunitinib (range da 1 a oltre 20), l’80% dei tumori si è rimpicciolito almeno un po’, con una riduzione della dimensione mediana del 27% (range 3-100%).

Sette dei 28 pazienti, tutti con istologia a cellule chiare, hanno mostrato una risposta parziale, mentre 15 casi sono andati in progressione dopo una sopravvivenza libera da progressione mediana di 11,2 mesi.

Complessivamente, 13 pazienti (il 45%) hanno centrato l’obiettivo primario dello studio, cioè la possibilità di a sottoporsi a nefrectomia dopo la terapia con sunitinib, che ha permesso l’asportazione di 17 tumori renali. Tutti questi pazienti avevano un’istologia a cellule chiare.

Il profilo di tossicità è stata in linea con quanto già riportato in precedenza con sunitinib. Due pazienti hanno presentato eventi avversi significativi potenzialmente correlati al trattamento (infarto miocardico e neutropenia).

Gli autori concludono dunque che sunitinib è attivo contro i tumori primitivi renali a cellule chiare e che ciò giustifica l’uso del farmaco nei pazienti in cui la resezione completa non è fattibile al momento della diagnosi.

L’asportazione chirurgica è lo standard di cura per il CCR, ma molti pazienti non sono candidabili all’intervento a causa dello stadio troppo avanzato del tumore e possono quindi essere candidati adatti per la terapia sistemica, come quella con sunitinib.

In un editoriale di commento, Matthew Galsky della Mount Sinai School of Medicine di New York, avanza però qualche dubbio e sottolinea che un limite delle studio è quello di aver utilizzato criteri soggettivi per definire la resecabilità. Facendo riferimento a criteri di eleggibilità, suggerisce l’editorialista, l’impatto effettivo di sunitinib nel rendere operabili i casi prima inoperabili potrebbe essere messo in discussione.

B.I. Rini, et al. The Effect of Sunitinib on Primary Renal Cell Carcinoma and Facilitation of Subsequent Surgery. J Urol 2012;187:1548-1554.
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Elisa Spelta
Medical Writer