Una nuova ricerca ha scoperto i meccanismi genetici per cui il farmaco talidomide funziona o meno contro il mieloma multiplo. Lo studio è stato presentato a San Diego in occasione del 53esimo Congresso annuale dell'American Society of Hematology (ASH).

La talidomide fu tristemente nota negli anni '60 per il suo legame con i gravi difetti alla nascita provocati nei feti delle donne incinte che lo avevano utilizzato contro le nausee mattutine. Il farmaco venne ritirato dal commercio il 2 dicembre del 1961 a fronte della scoperta della sua teratogenicità e all'evidenza di circa 10mila bambini nati senza arti o con vari gradi di focomelia.

Successivamente, nel 1999, alcuni studiosi scoprirono che il medicinale funzionava bene in circa un terzo dei pazienti affetti da mieloma multiplo, ma finora erano sconosciuti i meccanismi esatti attraverso cui la talidomide e molecole simili come lenalidomide e pomalidomide, migliorano la risposta immunitaria e uccidono le cellule tumorali. Molte, quindi, le difficoltà per capire quali pazienti rispondessero o meno al trattamento e a distinguere le proprietà positive di questi farmaci dagli effetti collaterali.

Quando i ricercatori hanno identificato “cereblon”, la proteina responsabile dei difetti fetali causati da talidomide, l'ipotesi da verificare era se la stessa proteina, potesse essere responsabile anche delle proprietà antitumorali di questo prodotto.

Gli esperti della Mayo Clinic di Scottsdale in Arizona hanno esaminato il Dna di 10 pazienti con mieloma multiplo resistenti alla terapia con talidomide, rilevando bassi livelli di espressione della proteina cereblon in 8 di essi ed evidenziando quindi che tale espressione è necessaria affinché il farmaco funzioni correttamente. Inoltre, alcuni pazienti resistenti alla terapia avevano livelli normali di espressione di cereblon, cosa che suggerisce che mentre questa proteina è un requisito necessario per la risposta al trattamento, probabilmente ci sono altri meccanismi che svolgono un ruolo chiave nella resistenza ai farmaci.

"Questi risultati - ha commentato Stewart - ci permetteranno di concentrarci sullo studio della proteina cereblon come possibile marker per migliorare i risultati del trattamento dei pazienti con mieloma multiplo. Questo lavoro suggerisce anche che possiamo cominciare a dividere la causa dei difetti alla nascita dalla proprietà anti-cancro, per lo sviluppo di farmaci più sicuri in futuro".

Il mieloma multiplo (altrimenti noto come mieloma o mieloma plasmacellulare) è un tumore del sangue in cui, a livello di midollo osseo, vengono prodotte elevate quantità di plasmacellule maligne. Le plasmacellule sono cellule della serie bianca che aiutano a produrre immunoglobuline, che a loro volta combattono le infezioni e le malattie. Tuttavia, la maggior parte dei pazienti affetti da mieloma multiplo possiede cellule che producono una forma di immunoglobulina, denominata paraproteina (o Componente M), dannosa per l'organismo.

Inoltre, le plasmacellule maligne sostituiscono quelle normali e altri tipi di globuli bianchi importanti per il sistema immunitario. Le cellule del mieloma multiplo possono anche aderire ad altri tessuti dell'organismo, come le ossa, causando lo sviluppo di neoplasie.
Il mieloma multiplo colpisce circa 82mila persone nell'Unione Europea, dove ogni anno viene diagnosticato a circa 25mila individui, e a livello mondiale affligge circa 750mila persone. Il mieloma multiplo è un tumore che interessa prevalentemente i soggetti adulti e anziani con un'età media di insorgenza intorno ai 60/70 anni. Proprio a causa del progressivo invecchiamento della popolazione mondiale, questa malattia è in netto aumento.  In Italia le stime parlano di poco più di 2.100 nuovi casi di mieloma ogni anno tra le donne e circa 2.300 tra gli uomini.

Stewart K. Abstract #127. Presented at: 53rd Annual Meeting of the American Society of Hematology; Dec. 10-13, 2011; San Diego.
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