Dopo essersi ‘riscattata’ come trattamento per il mieloma multiplo, la talidomide potrebbe rivelarsi un’arma utile anche contro il tumore al fegato. Infatti, in un piccolo studio pilota, randomizzato e controllato con placebo, appena presentato al congresso EASL a Berlino, in pazienti sottoposti alla resezione chirurgica di un carcinoma epatocellulare il farmaco ha portato a un raddoppio della sopravvivenza libera da malattia, portandola al 65% rispetto al 33% con placebo (P = 0,06). Un risultato, però, solo parzialmente positivo. Nel trial non si è infatti osservato alcun miglioramento della sopravvivenza globale a 2 anni.

Da notare che dopo la resezione curativa i pazienti spesso ricadono e che al momento non esiste una terapia adiuvante standard per questi soggetti.
Lo studio, coordinato da Ming-Chih Ho dell’Università di Taiwan, ha coinvolto 42 pazienti colpiti da carcinoma epatocellulare di stadio II o IIIa, di cui la metà trattati con talidomide 200 mg/die e l’altra metà con placebo. La terapia è iniziata entro 6 mesi dall’intervento ed è continuata per un anno fino alla recidiva oppure alla comparsa di tossicità intollerabile o al rifiuto del paziente di continuare lo studio.

Nel complesso, il farmaco è stato ben tollerato, ma in 13 pazienti si è dovuto abbassare il dosaggio per via degli eventi avversi e un paziente del gruppo talidomide ha interrotto il trattamento a causa di un aumento persistente delle transaminasi epatiche.
La sopravvivenza globale a 2 anni è stata dell’84,2% nel braccio talidomide contro l’85,7% nel gruppo placebo, senza differenze significative tra i due gruppi.
Nei pazienti del gruppo in trattamento attivo si sono rilevate la presenza di livelli elevati di alfafetoproteina alfa e una maggiore invasione micorvascolare da parte del tumore, entrambi fattori di rischio noti di recidiva.

Gli eventi avversi, per la maggior parte di grado 1 o 2, sono risultati più comuni nei pazienti trattati con talidomide che nei controlli. Nel primo gruppo ci sono stati infatti più costipazione (57,1% contro 9,5%), più aumenti dell’alanina transaminasi (47,6% contro 19,0%) e dell’aspartato transaminasei (33,3% contro 19%), un maggior numero di edemi declivi (47,6% contro 4,8%), più distensione addominale (33,3% contro 0%), prurito (28,6% contro 9,5%) e rash cutaneo (28,6% contro 14,3%). Nel gruppo placebo, invece, si sono osservate con maggiore frequenza iperbilirubinemia e leucocitosi.

Gli autori del lavoro concludono che in questi pazienti il farmaco e sicuro e tollerato, mentre per quanto riguarda l’efficacia servono ulteriori studi per confermarla. I pazienti sono stati finora seguiti mediamente per 35,9 mesi e il gruppo di autori sta pianificando un altro studio, più ampio e multicentrico, su oltre 300 pazienti.
Anche se la terapia del tumore epatico può oggi contare su un farmaco di provata efficacia, sorafenib, Ho e i suoi collaboratori stanno testando la talidomide perché è un farmaco poco costoso e ci sono evidenze che sia attivo contro alcune forme di tumore patico avanzato. “Si ha una stabilizzazione della malattia nel 30-35% dei casi e alcuni pazienti hanno una risposta parziale” ha spiegato il ricercatore taiwanese, dettosi fiducioso sulla possibilità di contrastare la recidiva utilizzando la talidomide dopo la progressione.

Per qualunque trattamento adiuvante, un punto cruciale è stabilirne la giusta durata. I dati del gruppo taiwanese indicano che le percentuali di recidiva si sono ridotte nel secondo anno dopo l’asportazione del tumore, perciò al momento non si può dire se un trattamento più lungo migliorerebbe la sopravvivenza. È un dato ancora da valutare.

Mauro Bernardi, professore di medicina interna all’Università di Bologna, commentando i risultati ha spiegato che la talidomide è stata testata come trattamento per il carcinoma epatocellulare in virtù della sua attività antiangiogenica. Tuttavia, ha sottolineato, i dati complessivi non sono cosi incoraggianti in termini di efficacia e il farmaco ha anche alcuni effetti collaterali neurologici importanti. Perciò, secondo il docente bolognese finora la talidomide non ha le carte in regola per essere ritenuta preferibile alla trattamento attualmente dominante, che è appunto quello con sorafenib.