Al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), i risultati dello studio italiano TRIBE dimostrano come sia i pazienti “wild type RAS” (senza mutazioni RAS) sia i pazienti mutati RAS e BRAF  trattati con la combinazione bevacizumab-FOLFOXIRI hanno ottenuto risultati migliori in termini di sopravvivenza libera da progressione (PFS – obiettivo primario dello studio) e in termini di sopravvivenza globale (OS – obiettivo secondario) rispetto alla più comune combinazione folfiri-bevacizumab.

I dati nella popolazione wild type sono particolarmente rilevanti con una OS=41,7 mesi vs 34,4 mesi.

Per i pazienti RAS mutati, invece, lo studio ha dimostrato come la OS nel braccio bevacizumab-FOLFOXIRI venisse portata a 28,6 mesi versus i 23,1 mesi del braccio bevacizumab FOLFIRI. Questi pazienti sono più sfavoriti rispetto alla popolazione wild-type perchè, hanno una possibilità terapeutica in meno in quanto non possono beneficiare dei farmaci anti EGFR.

Infine, i pazienti BRAF mutati (circa l’8% della popolazione con mCRC) che comunemente hanno un’aspettativa di vita che non supera l’anno, con la combinazione bevacizumab-folfoxiri sono arrivati a circa 19.1 mesi.

"Lo studio ha dimostrato come l’intensificazione della chemioterapia iniziale consente di ottenere una maggiore riduzione della massa tumorale, di ritardare la progressione del tumore e di prolungare la sopravvivenza dei pazienti rispetto ad una terapia standard indipendentemente dallo stato mutazionale di RAS e BRAF. - spiega il prof. Alfredo Falcone, direttore del Polo Oncologico Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana e centro coordinatore dello studio - Questo trattamento più intensivo con FOLFOXIRI è anche, però, moderatamente più tossico e  non è indicato per tutti i pazienti, ma deve essere l’oncologo medico sulla base delle caratteristiche cliniche del paziente e di quelle del tumore a valutare quando questo può rappresentare l’opzione terapeutica migliore".

Bevacizumab, è un anticorpo monoclonale che legandosi al fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) è in grado di bloccare l’angiogenesi del tumore, processo fondamentale per la sua crescita e diffusione in altre parti del corpo. L’anticorpo monoclonale, visto il suo particolare meccanismo d’azione, può essere utilizzato in combinazione con un’ampia gamma di chemioterapici, permettendo ai medici di mantenere flessibilità per l’ottimizzazione della cura. Tutto ciò ha reso la terapia con bevacizumab uno dei trattamenti standard nella cura di questa malattia.

"Il bevacizumab – continua Falcone - è certamente uno dei farmaci più importanti nel trattamento di questo tumore quando questo si è già diffuso ed ha causato metastasi. Il bevacizumab non consente purtroppo di eradicare in maniera completa la malattia, ma in associazione alla chemioterapia ne rallenta l’evoluzione contribuendo a “cronicizzarla”

Bevacizumab è approvato in Europa per il trattamento degli stadi avanzati di 5 tipi di tumori: colon-retto, senno, polmone, rene e nel gennaio del 2012, dopo più di 15 anni in assenza di nuove terapie, la Commissione Europea ha approvato bevacizumab in combinazione con chemioterapia standard (carboplatino e paclitaxel) nel trattamento di prima linea, dopo la chirurgia, per le donne affette da carcinoma ovarico in stadio avanzato.

Il tumore del colon-retto è una delle forme di cancro più diffuse al mondo, con oltre 1,2 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno. Nonostante i progressi nello screening e nella diagnosi, il tumore del colon-retto rimane uno dei tumori più mortali. Nel mondo, più di 600.000 persone muoiono ogni anno a causa della malattia. E' il secondo tumore a maggiore insorgenza nella popolazione italiana con quasi 55 mila diagnosi stimate nel 2013. Gli stili di vita e la familiarità sono da tempo chiamati in causa quali fattori di aumento del rischio di incidenza. Tra i primi spiccano fattori dietetici quali il consumo di carni rosse e di insaccati, farine e zuccheri raffinati, il sovrappeso e la ridotta attività fisica, il fumo e l’eccesso di alcol.