Oncologia-Ematologia

Tumore al rene: confermato il potenziale di combinare immunoterapia e antiangiogenico

Le terapie di combinazione basate su un immunoterapico promettono di essere la nuova frontiera nella cura di molti tipi di tumore. Presentato al Genitourinary Cancers Symposium 2017 il primo studio clinico randomizzato disegnato per valutare la combinazione di atezolizumab e bevacizumab nel trattamento di prima linea del RCC metastatico (renal cell carcinoma), una forma particolare di carcinoma renale.

Le terapie di combinazione basate su un immunoterapico promettono di essere la nuova frontiera nella cura di molti tipi di tumore. Presentato al Genitourinary Cancers Symposium 2017 il primo studio clinico randomizzato disegnato per valutare la combinazione di atezolizumab e bevacizumab nel trattamento di prima linea del RCC metastatico (renal cell carcinoma), una forma particolare di carcinoma renale.

I dati dello studio IMmotion150 hanno dimostrato che l’immunoterapico atezolizumab e l’antiangiogenico bevacizumab possono essere combinati con un profilo di sicurezza gestibile.

Incoraggianti anche i risultati relativi all’efficacia della combinazione rispetto a sunitinib (terapia standard) nei pazienti che presentato un’aumentata espressione della proteina PD-L1.
Il carcinoma a cellule renali (RCC) è la forma più frequente di carcinoma renale e si sviluppa quando si replicano cellule anomale all’interno dei piccoli condotti dei reni, chiamati tubuli renali. Ogni anno nel mondo il carcinoma renale viene diagnosticato a circa 338.000 persone, con quasi 145.000 decessi. La prevalenza della malattia è superiore negli uomini e nei soggetti di età compresa tra i 55 e i 74 anni e solo una persona su dieci è ancora in vita dopo cinque anni dalla diagnosi.

IMmotion150 è uno studio di Fase II che ha confrontato atezolizumab associato a bevacizumab, atezolizumab in monoterapia e sunitinib in monoterapia in pazienti con carcinoma a cellule renali localmente avanzato o metastatico (mRCC), non precedentemente trattato.

I dati hanno dimostrato che nei pazienti con aumentata espressione di PD-L1 trattati con atezolizumab più bevacizumab, il rischio di peggioramento della malattia o di decesso (PFS) si è ridotto del 36% rispetto ai soggetti trattati con sunitinib in monoterapia (PFS mediana: 14,7 vs 7,8 mesi; HR= 0,64; IC al 95%: 0,38-1,08).

Nella popolazione intention-to-treat (ITT) non si è osservato un vantaggio significativo in termini di PFS rispetto a sunitinib (PFS mediana: 11,7 vs 8,4 mesi; HR = 1,00; IC al 95%: 0,69-1,45).
La durata mediana della risposta (DoR) non è ancora stata raggiunta dopo 20,7 mesi di follow-up nei diversi bracci di trattamento. Gli eventi avversi nel braccio atezolizumab più bevacizumab erano paragonabili a quelli osservati nei precedenti studi con i singoli farmaci.

Sempre nel RCC, Roche ha avviato, inoltre, altri due studi. Il primo è uno studio di Fase III, IMmotion151 (NCT02420821), che valuta la combinazione atezolizumab più bevacizumab rispetto sunitinib in monoterapia nei pazienti con RCC localmente avanzato o metastatico, non precedentemente trattati. Il secondo è uno studio con l’immunoterapico atezolizumab come trattamento adiuvante.

Lo studio IMmotion150
IMmotion150 è uno studio internazionale di fase II randomizzato, multicentrico, in aperto, volto a valutare l’efficacia e la sicurezza di atezolizumab più bevacizumab (braccio A), atezolizumab in monoterapia (braccio B) o sunitinib in monoterapia (braccio C) in 305 pazienti con RCC localmente avanzato o metastatico, non precedentemente trattati. Ai pazienti inseriti nel braccio A è stato somministrato atezolizumab per via endovenosa alla dose di 1200 mg ogni 3 settimane più bevacizumab per via endovenosa alla dose di 15 mg fino a progressione della malattia o perdita del beneficio clinico. Ai pazienti nel braccio B è stato somministrato atezolizumab in monoterapia (fino a progressione della malattia o perdita del beneficio clinico) e ai pazienti nel braccio C è stato somministrato sunitinib per via orale alla dose di 50 mg al giorno per 4 settimane seguite da 2 settimane di pausa fino a progressione della malattia.

L’endpoint co-primario era la PFS secondo i criteri RECIST v.1.1 valutata da un comitato di revisione indipendente (IRF – Independent Review Facility) in tutti i pazienti randomizzati (popolazione ITT) e nel sottogruppo selezionato per espressione di PD-L1 (IC1/2/3). L’espressione di PD-L1 è stata valutata sulle cellule immunitarie (IC) infiltranti il tumore tramite un test sperimentale di immunoistochimica (IHC) basato sull’anticorpo SP142 sviluppato da Roche Tissue Diagnostics. Gli endpoint secondari erano il tasso di risposta globale (ORR) e la durata mediana della risposta (DoR) valutati dall’IRF, la PFS, l’ORR, la DoR e la sicurezza valutati dallo sperimentatore, e la sopravvivenza globale (OS).

Il disegno dello studio IMmotion150 prevedeva la possibilità di crossover. Oltre tre quarti (78 percento) dei pazienti trattati con sunitinib (braccio C) in cui si è verificata una progressione della malattia, hanno ricevuto atezolizumab più bevacizumab (braccio A). Al momento dell’analisi i risultati di OS non erano completi poiché si era verificato solo il 35%degli eventi.

La sicurezza nel braccio con atezolizumab più bevacizumab si è rivelata paragonabile al profilo di sicurezza noto per i singoli medicinali e non sono stati identificati nuovi eventi. La frequenza degli eventi avversi di qualsiasi grado correlati al trattamento era simile nei diversi bracci. Gli eventi avversi più comuni verificatisi in oltre il 20% dei pazienti trattati con atezolizumab più bevacizumab e con un incremento maggiore del 5% rispetto a sunitinib sono stati: artralgia (38%), proteinuria (36%), epistassi (28%) e prurito (22%). La frequenza degli eventi avversi di grado 3-4, indipendentemente dalla relazione con il trattamento, era simile tra i pazienti trattati con atezolizumab più bevacizumab (63%) e sunitinib (69%).

Gli eventi avversi di grado 3-4 correlati al trattamento sono stati riportati nel 40% dei pazienti trattati con atezolizumab più bevacizumab e nel 57% dei pazienti trattati con sunitinib. In un soggetto trattato con atezolizumab più bevacizumab si è verificata emorragia intracranica che ha causato il decesso. 15 pazienti su 101 (15%) trattati con atezolizumab più bevacizumab hanno interrotto il trattamento a causa degli eventi avversi.