Tumore al seno HER2+, possibile predire la risposta al trastuzumab grazie ai geni legati all'immunitÓ. Studio dell'Istituto dei Tumori di Milano

La misurazione della modulazione di specifici marcatori legati al sistema immune nel tumore e nel sangue potrebbe predire la risposta clinica a trastuzumab in donne con tumore della mammella HER2+. Lo dimostrano i risultati di uno studio esplorativo condotto dall'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e sostenuto dall'Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC).

La misurazione della modulazione di specifici marcatori legati al sistema immune nel tumore e nel sangue potrebbe predire la risposta clinica a trastuzumab in donne con tumore della mammella HER2+. Lo dimostrano i risultati di uno studio esplorativo condotto dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e sostenuto dall’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC).

Lo studio ha analizzato biopsie tissutali prelevate da pazienti con tumore della mammella HER2+ prima e dopo un ciclo di trattamento con il solo farmaco biologico trastuzumab. Le donne erano state arruolate in uno studio clinico che prevedeva la finestra di trattamento prima dell’inizio della terapia convenzionale neoadiuvante, contenente anche la chemioterapia.

“Trastuzumab rappresenta un esempio di successo delle terapie mirate a un bersaglio” spiega Tiziana Triulzi, biotecnologa presso l’Istituto Nazionale dei Tumori e tra gli autori dello studio. “Oggi, però, sappiamo che questo farmaco biologico non ha la stessa efficacia in tutte le pazienti ed evita solo un terzo delle riprese di malattia. L’identificazione quindi di marcatori capaci di prevedere a priori chi risponderà meglio alla terapia permetterebbe di arrivare a praticare una medicina ancora più personalizzata, utilizzando in modo più preciso le risorse terapeutiche”.

I risultati dello studio hanno evidenziato, per la prima volta nelle pazienti, che l’attività citotossica specifica del farmaco è associata con un’alta espressione di geni legati all’immunità, quindi con un elevato numero di cellule del sistema immune all’interno del nodulo tumorale alla diagnosi. Inoltre, attraverso questa analisi è stato possibile capire che nelle pazienti che maggiormente hanno beneficiato del trattamento neoadiuvante, il farmaco induce modificazioni nel microambiente tumorale, aumentando il reclutamento delle cellule del sistema immunitario, fondamentali per l’attività anti-tumorale di trastuzumab. Le pazienti invece che presentavano bassa espressione di questi geni nel tumore alla diagnosi, o nelle quali neanche il trattamento ne ha indotto un aumento, sono quelle che meno beneficiano della terapia.

I ricercatori hanno dimostrato che anche l’analisi delle cellule immunitarie presenti nel sangue, in particolare dei neutrofili, oltre all’analisi tissutale può predire l’efficacia di trastuzumab.

“Se questi dati saranno confermati in altri studi che prevedono la finestra di trattamento con il solo farmaco biologico contro HER2, l’utilizzo di questi marcatori tissutali e soprattutto circolanti potrà guidare lo specialista nella scelta del trattamento migliore per il singolo paziente già dopo una breve esposizione a trastuzumab” commenta Elda Tagliabue, responsabile dell’Unità Bersagli Molecolari del Dipartimento di Ricerca dell’Istituto. “Sarà quindi possibile evitare trattamenti eccessivi e potenzialmente tossici e migliorare le cure nelle pazienti che non rispondono al trattamento tradizionale”.

Triulzi T, Regondi V, De Cecco L, Cappelletti MR, Di Modica M, Paolini B, Lollini PL, Di Cosimo S, Sfondrini L, Generali D, Tagliabue E. Early immune modulation by single-agent trastuzumab as a marker of trastuzumab benefit. British Journal of Cancer 2018 Nov 27. doi: 10.1038/s41416-018-0318-0