E’ il paziente il vero protagonista del XXIV Congresso Nazionale SIUrO conclusosi oggi a Bologna.  La Società Italiana di Urologia Oncologica, ha inserito all’interno del suo programma scientifico una sessione destinata all’incontro tra il personale medico-infermieristico e i pazienti, con l’obiettivo di promuovere un vero e proprio dibattito che consenta di comprendere e conoscere la malattia vissuta dal paziente, con tutti i conseguenti risvolti clinico-psicologici. Si parlerà, inoltre, di nuovi farmaci, nuove tecnologie in ambito uro-oncologico, dei progressi nella diagnosi molecolare, nonché di tutte le novità in campo giuridico.

“Quest’anno abbiamo voluto aprire le porte del Congresso a tutti coloro che, oltre al medico, vivono o hanno vissuto in prima persona la realtà di una patologia tumorale delle vie urinarie, del suo trattamento e delle sequele, talvolta inevitabili, che possono condizionare in maniera significativa la qualità della vita”, spiega Giario Conti, Presidente SIUrO. “Il nostro obiettivo è coinvolgere il paziente nelle scelte terapeutiche più adatte per il trattamento di ciascun caso clinico, nonché renderlo più consapevole della sua malattia, così da poter affrontare con cognizione di causa il percorso che si troverà a percorrere insieme a noi specialisti”.

Durante la tre giorni di Congresso si sono  alternati momenti di discussione scientifica a case history reali, vissute e riportate dal paziente stesso. Interverranno urologi, oncologi, psicologi e infermieri, figure che quotidianamente si prendono cura del paziente, dal momento della diagnosi di neoplasia genitourinaria ai controlli di follow-up, passando per un delicato momento della terapia chirurgica e medica.

“I dati parlano chiaro”, conclude Conti, “1 uomo su 16 con più di 50 anni è a rischio tumore. Ma anche se negli ultimi 10 anni il numero di nuovi casi è più che raddoppiato, la mortalità è in costante diminuzione, grazie a una maggiore prevenzione, nuove terapie e farmaci di ultima generazione”.

Fil rouge dei corsi ECM, delle Letture e dei workshop proposti da SIUrO rimane sempre l’approccio multidisciplinare ai pazienti affetti da neoplasie urologiche – che la Società promuove da oltre 20 anni – unito all’impatto, tra le altre, della diagnostica istologica sulle scelte terapeutiche e sulla qualità della vita.

Aggiornamento dello score di Gleason
Per quanto riguarda il carcinoma prostatico si è affrontato il tema dell’aggiornamento dello score di Gleason e dei relativi parametri integrativi. L’aspetto delle cellule tumorali al microscopio e l’aggressività del tumore, ossia la rapidità con cui questo tende a crescere e a diffondersi ad altri organi, si valutano convenzionalmente attraverso il grading. Per i tumori della prostata, il metodo più usato è la scala di Gleason, che si basa su un punteggio da 2 a 10: più basso è il punteggio, più basso è il grado del tumore.  

La formulazione dello score di Gleason presenta ancora molte difficoltà e, dopo quasi un decennio, l'utilizzo delle raccomandazioni ISUP del 2005 è ancora incompleto tra i patologi in tutto il mondo.

E' possibile, soprattutto nell'ottica della sorveglianza attiva, che una modifica delle modalità di valutazione del grado di Gleason (in particolare della valutazione del confine tra i pattern 3 e 4) consenta di superare le attuali di difficoltà e di individuare una categoria di pazienti ai quali si possa offrire con sicurezza sorveglianza attiva come prima scelta, separandoli bene da quei pazienti affetti da neoplasie più aggressive?
Durante una delel sessioni del congresso di Bologna, Jonathan Epstein, Professore di Patologia, Urologia e Oncologia al Johns Hopkins Medical Institute, ha spiegato se esiste questa possibilità.

Inoltre, poiché la sola valutazione dello score di Gleason non è sufficiente al clinico per una scelta terapeutica ragionata, Rodolfo Montironi, Professore di Patologia agli Ospedali Riuniti di Ancona e all'Arizona Cancer Center, ha parlato dell'importanza e le modalità di valutazione degli altri fattori patologici da valutarsi nell'esame della biopsia prostatica.

Con i nuovi parametri sarà possibile distinguere in maniera più definita i tumori aggressivi che devono essere trattati in modo radicale da quelli meno aggressivi, che possono essere trattati con la cosiddetta “sorveglianza attiva” e che, forse ben presto, non dovranno più essere operati. Verranno inoltre valutate le caratteristiche del tumore nella biopsia, come passaggio critico per una decisione di cura adeguata al miglior bilancio possibile tra durata e qualità di vita del paziente.

Sorveglianza attiva: quando il tumore della prostata non deve essere trattato

La sorveglianza attiva è un approccio recente che può essere proposto ai pazienti con malattia scarsamente aggressiva e potenzialmente indolente, in buone condizioni di salute, con un’aspettativa di vita superiore a 10 anni e che sarebbero candidati a un trattamento attivo. In questi casi, si effettuano controlli clinici, di laboratorio (test del PSA) e strumentali (ecografia e biopsia transrettale) a intervalli periodici e ravvicinati, con l’obiettivo di posporre i trattamenti e i relativi effetti collaterali. Se qualche parametro risulta cambiato rispetto ai controlli precedenti o se il paziente desidera interrompere la sorveglianza attiva, il medico può proporre un trattamento curativo (chirurgia, radioterapia a fasci esterni, brachiterapia).

Farmaci, vecchi (con nuovi usi) e nuovi
Dal punto di vista terapeutico una novità molto interessante è arrivata dalla chemioterapia. L’aggiunta di docetaxel alla terapia di deprivazione androgenica (ADT) ha migliorato di più di un anno la sopravvivenza globale (OS) in pazienti con un carcinoma della prostata metastatico nello studio CHAARTED, un trial randomizzato e controllato presentato nella sessione dedicata ai late breaking abstracts al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), conclusopsi poche settimane fa a Chicago. Il risultato è stato definito dagli oncologi presenti "senza precedenti".

In questo studio di fase III, opera dell’Eastern Cooperative Oncology Group, i pazienti trattati con la combinazione di chemioterapia più terapia ormonale hanno mostrato un’OS mediana di 57,6 mesi contro 44 mesi nei pazienti sottoposti alla sola ADT.

Poi, non vanno certo dimenticati i progressi resi possibili dai farmaci di più recente introduzione in terapia, come cabazitaxel, abiraterone e, presto, anche enzalutamide.

Il paziente al centro nei Prostate Cancer Unit
Sempre a Bologna sono state presentate le Prostate Cancer Unit, centri di riferimento italiani dedicati alla cura della prostata secondo una gestione multidisciplinare. Tutto questo al fine di garantire una ottimale presa in carico del paziente (dall'inizio della diagnosi lungo tutta la sua storia clinica), la uniformità dei trattamenti, discriminando caso per caso, la riduzione delle indicazioni inappropriate e la razionalizzazione delle spese.

«L'attivazione della Prostate Unit presso l'Azienda Ospedaliero-Univeristaria di Bologna - afferma il Prof Martorana - ci permette di fare un grande passo in avanti. Grazie all'impegno di tutti gli addetti ai lavori, diventeremo modello di riferimento per altre strutture ospedaliere. La Prostate Unit ha come scopo principale la totale presa in carico, dall'inizio della diagnosi e durante tutte le varie fasi della storia clinica del paziente, per favorire il tempestivo accesso ai mezzi diagnostici sofisticati, alle terapie necessarie e ai programmi di riabilitazione. Sarà possibile offrire al paziente l'approccio terapeutico più opportuno, valutato attentamente in maniera collegiale e cucito sulle necessità di ogni singola persona. Questo comporterà numerose ripercussioni positive per il paziente e per la collettività, in termini di riduzione delle indicazioni terapeutiche inappropriate e dei trattamenti eccessivi. Parimenti, si registrerà una considerevole riduzione dei costi sanitari, grazie alla prescrizione delle sole indagini diagnostiche necessarie, senza trascurare la possibilità di evitare le importanti sequele dei trattamenti radicali, che spesso compromettono in modo significativo la qualità di vita del paziente ».