Tumore del fegato: nei casi gravi, cabozantinib migliora la sopravvivenza globale #ASCO2018

Solo il 10% dei casi di tumore del fegato diagnosticato in fase iniziale quando l'intervento chirurgico pu essere risolutivo. In Italia vivono circa 27.745 cittadini dopo la diagnosi di questa neoplasia, che rappresentano l'1% del totale dei pazienti oncologici. Si tratta di un tumore con percentuali di guarigione ancora basse, infatti solo il 20% vivo a cinque anni dalla diagnosi.

Solo il 10% dei casi di tumore del fegato è diagnosticato in fase iniziale quando l’intervento chirurgico può essere risolutivo. In Italia vivono circa 27.745 cittadini dopo la diagnosi di questa neoplasia, che rappresentano l’1% del totale dei pazienti oncologici. Si tratta di un tumore con percentuali di guarigione ancora basse, infatti solo il 20% è vivo a cinque anni dalla diagnosi.

Oggi per i pazienti con malattia avanzata già trattati si stanno aprendo importanti prospettive terapeutiche, tra queste cabozantinib, una nuova terapia mirata. Lo dimostrano i risultati dello studio fase III CELESTIAL, discussi al 54° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago.

“Nella ricerca sono stati arruolati più di 700 pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato, precedentemente trattati – spiega Lorenza Rimassa, Responsabile della Sezione Tumori Apparato Gastroenterico, Oncologia medica ed Ematologia dell’Humanitas di Rozzano -. L’Italia ha avuto un ruolo decisivo in questa ricerca, con l’Istituto Humanitas in primo piano. Cabozantinib ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente importante rispetto al placebo nella sopravvivenza globale, in pazienti in seconda (70% del totale) e terza linea (30%). La sopravvivenza globale mediana è stata 10,2 mesi con cabozantinib rispetto a 8 mesi con placebo. E la mediana di sopravvivenza libera da progressione era più che raddoppiata: 5,2 mesi con cabozantinib e 1,9 mesi con placebo”.

In Italia nel 2017 sono stati diagnosticati 12.900 nuovi casi di cancro del fegato (8.900 uomini e 4.000 donne). In controtendenza rispetto alle altre neoplasie, questo tumore fa registrare un maggior numero di diagnosi nel Sud Italia rispetto al Settentrione, in particolare fra le donne (+17%). Il dato si spiega con la prevalenza in queste aree delle infezioni causate dai virus dell’epatite B (HBV) e C (HCV). Questi virus sono le principali cause della neoplasia a livello globale, insieme all’alcol e alla sindrome metabolica.

In Italia oltre il 70% dei casi di tumori primitivi del fegato è riconducibile a fattori di rischio noti, collegati soprattutto al virus dell’epatite C. Un’elevata percentuale di persone che contraggono questa infezione, stimata fino all’85%, va infatti incontro a cronicizzazione. Il 20-30% dei pazienti con epatite cronica C sviluppa, nell’arco di 10-20 anni, cirrosi e, in circa l’1-4%, successivo epatocarcinoma.

“Per 10 anni nel trattamento di questa patologia è stata disponibile una sola terapia mirata, sorafenib, ma negli ultimi due anni lo scenario terapeutico si è arricchito con nuove armi – continua la dott.ssa Rimassa -. Nello studio CELESTIAL sono stati arruolati pazienti che avevano ricevuto una o due linee di terapia ed erano andati in progressione dopo uno dei trattamenti precedenti. Per la prima volta oggi per i pazienti intolleranti a sorafenib e in terza linea di trattamento possono esserci reali opzioni terapeutiche”.

“La maggior parte dei pazienti presenta già una patologia, in particolare cirrosi, che ha determinato lo sviluppo del tumore - sottolinea la dott.ssa Rimassa -. Da qui le maggiori difficoltà nel trattare questa neoplasia. Solo in una minima percentuale di casi il tumore insorge in un fegato sano, e in questi pazienti la diagnosi è spesso tardiva con sintomi già evidenti per la presenza di metastasi a distanza o per lesioni epatiche estese”. Il tumore può essere trattato con chirurgia, trapianto di fegato o terapie locoregionali (ad esempio ablazione, chemioembolizzazione, ecc) finché rimane localizzato al fegato. “In realtà i pazienti spesso dovrebbero accedere prima alle terapie sistemiche – conclude la dott.ssa Rimassa -. È infatti forte il dibattito nella comunità scientifica su quando effettuare il passaggio dai trattamenti locoregionali a quelli sistemici. Un altro problema da affrontare è, ad oggi, l’assenza di biomarcatori per selezionare i pazienti candidabili a una specifica terapia. Il futuro della ricerca va proprio in questa direzione”.